Così come la nostra identità è attorniata da ferite emotive, possiamo anche portare in noi delle ferite che assediano la libertà e la vitalità del gioco. Non si tratta necessariamente del fatto di essere stati feriti nel corso dei nostri giochi infantili, ma del fatto che noi, nell’età adulta, siamo venuti associando quei giochi con le ripulse precoci, la solitudine, e la paura di indegnità che ne è derivata, la perdita dell’amore e del senso di appartenenza.
"Esigiamo rispetto per i suoi occhi limpidi, le tempie lisce, gli sforzi tutti nuovi, il suo candore. Perché i nostri sguardi spenti, le fronti corrugate, i capelli bianchi e i peli ruvidi, o le nostre schiene piegate dalla rassegnazione, dovrebbero essere più venerabili? (...) I prìncipi del cuore sono proprio i bambini, questi poeti e pensatori. Rispetto, se non umiltà, per la bianca, la candida, l'immacolata, la santa infanzia". (Janusz Koczak, Il diritto del bambino al rispetto, 1929)