Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Episodi di cronaca che coinvolgono bambini e adolescenti da prendere a spunto per ragionare insieme sulla condizione dell'infanzia e dei giovani nella nostra società.

Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda gemma72 » martedì 16 ottobre 2012, 12:05

intanto il bimbo sta male, il padre ci va e la mamma non può. lui grida di voler tornare dalla mamma. :cry:

a parte che a 10 anni il giudice ha facoltà di sentire il minore, e questo giudice non l'ha fatto, e ha accettato una perizia su una sindrome non riconosciuta dal nostro ordinamento.. casualmente il padre è un avvocato facoltoso, di una piccola città..
caso strano, la madre aveva vinto il ricorso..e ora tutto cambia..se tanto mi da tanto, mi sa di favoritismi dell'ambiente.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Paola65 » martedì 16 ottobre 2012, 13:25

Pensavo, Vito, alla frase di Fiorella. MOlte volte anche io penso a cose simili: per diventare genitori adottivi si devono passare controlli e interrogatori che scavano dentro di te per cercare anche il più piccolo neo, così mi hanno raccontato amici che hanno affrontato questo iter. Oltre alla grande quantità di denaro che occorre. Tutto giusto, per carità, occorre capire bene in che mani si mette un bambino, da cosa sia dettato il desiderio di adozione ecc...
Ma, per diventare genitori naturali, basta avere un apprato riproduttivo funzionante. Nessuno ti chiede perché vuoi quel bambino, che tipo di persona sei, che tipo di genitore intendi essere (al mio amico è stato chiesto: "ma se il bambino che adotterà, un giorno, farà la tal cosa, lei come reagirà?" e il mio amico mi disse: "come facevo a rispondere? Come faccio a sapere come reagirò, che tipo di persona avrò davanti, cioè che tipo di persona sarà mio figlio e come mi sentirò in quel momento? Se ti chiedessi la stessa cosa a te di tuo figlio, sapresti rispondere?")... Così accade che diventi genitore anche chi non ne aveva intenzione, chi non si è informato su cosa significhi avere un bambino, crescerlo, amarlo, rispettarlo... e così via. Accadono poi fatti terribili...
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Fagiolina » martedì 16 ottobre 2012, 13:51

Paola, io capisco quello che dici, però diventare genitori è per fortuna, ancora oggi, prima di tutto un fatto naturale, e vivaddio che non ci tolgano pure questo...
Poi è chiaro che non tutti si possono definire genitori ma questo fa parte del nostro mondo che non è perfetto.
Quello che invece dici dell'iter massacrante dei genitori adottivi, che anche io conosco perché ci sono passati dei miei amici, è necessario perché è un giudice ad affidare un bambino ad una famiglia, è una scelta che si fa PER il bambino, per trovargli una vita alternativa plausibile, NON per i genitori.
Al giudice dei problemi di sterilità o quant'altro dei genitori non importa proprio nulla, lui fa solo e soltanto gli interessi del bambino, e in quanto sua resposabilità, o comunque dello "Stato", è giusto che facciano tutti i controlli e le indagini che ritengono necessarie.
Purtroppo poi capitano queste domande assurde a cui sfido io comunque a rispondere...
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Paola65 » martedì 16 ottobre 2012, 14:00

Ma difatti io sono d'accordo che si faccia il possibile per avere una garanzia (non avrai mai la certezza assoluta, ovviamente) che il bambino venga affidato a persone che realmente vogliono il bene del bambino. Per questo e per altro, io ritengo che i genitori adottivi abbiano "una marcia in più", secondo me sono mille volte migliori di quanto lo sia io.
E so bene che non puoi impedire a nessuno di avere figli naturali, ci mancherebbe! Però sarebbe bello che tutti i futuri genitori potessero essere informati sulle scelte educative, su cosa aspettarsi da un bambino, cosa ci sia di naturale nel suo comportamento, come cresce, pensa, un bambino... Che ai corsi preparto si parlasse di come è un bambino... Troppe volte vedo che si pretende che i bambini siano "bambolotti", "soldatini", "piccoli adulti"... mio marito per primo richiedeva (richiede) ai miei figli comportamenti inappropriati per l'età, perché non aveva (ha :( )idea delle tappe di sviluppo...
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda mamazaba » martedì 16 ottobre 2012, 22:42

sono giorni che sto cercando di capirci di più di tutta questa storia
sulla pas mi è sembrato interessante questo
Apri il link in una nuova finestra

cercando di capire chi è Andrea Mazzeo ( che ha scritto l'intervento) ho trovato un suo riferimento ad Alice Miller che me l'ha fatto benvolere ...

ci sto male, per questa storia, mi ha messo un'angoscia...

ps grazie Minny
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » martedì 21 maggio 2013, 8:45

un sito che analizza la sentenza che "riporta" il bambino dal padre...sempre grazie alla PAS entità che scientificamente non esiste ma che la giurisprudenza (cioè i giudici) usa perchè fa comodo:

http://ilricciocornoschiattoso.wordpres ... ogia-nera/

L’aggressività salvifica e la pedagogia nera
Posted on 20 maggio 2013 di il ricciocorno schiattoso

Sebbene i genitori maltrattino i figli sempre per motivi psicologici, ossia a causa del proprio stato di disagio interiore, nella nostra società vale come un fatto chiaro e assodato che questo trattamento è un bene per i bambini. E non da ultimo, lo zelo con cui si difende questa argomentazione ne tradisce la dubbia natura… è del tutto usuale parlare della necessità di picchiare i bambini, di umiliarli e di tenerli sotto tutela, e oltretutto impiegando vocaboli raffinati come “castigo”, “educazione” e “guida sulla via del bene”... Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. Nel suo accecamento, essa si appoggiava a teorie che, corrispondendo ancora interamente al modello educativo dei nostri nonni, vedevano nel bambino una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica i poveri genitori innocenti, oppure li desidera sessualmente.” (Alice Miller, La persecuzione del bambino)

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Non si possono adottare soluzioni non supportate dalla ricerca scientifica, perché si corre il rischio di produrre più danni di quelli che si pretende di prevenire, aveva decretato la Cassazione poco più di un mese fa, liberando il bambino di Cittadella dall’ingiusta detenzione in casa famiglia.

In quell’occasione avevo scritto: Ma non è finita: ad occuparsi della vicenda sarà ora la Corte d’appello di Brescia. I sostenitori dell’alienazione genitoriale non si daranno per vinti tanto facilmente…

Infatti così è stato: la Corte si è pronunciata e ha riaffermato l’esistenza della Pas dichiarando:

Il fatto che altri esperti neghino il fondamento scientifico di tale sindrome non significa che essa non possa essere utilizzata…

Insomma: a prescindere da quello che dice la comunità scientifica, la Pas ci torna utile, perché non dovremmo servircene?

Che cosa ci dimostra la Pas? Ci dimostra che il bambino è una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica i poveri genitori innocenti.

Continua così la Corte d’Appello di Brescia: Più volte è stato ritenuto in decisioni giurisprudenziali che l’atteggiamento del bambino che rifiuta l’altro genitore, per un patto di lealtà con il genitore ritenuto più debole, può condurlo ad una forma di “invischiamento” capace di produrre nella sua crescita non solo una situazione di sofferenza, ma anche una serie di problemi psicologici alienanti.

In decisioni giurisprudenziali? La giurisprudenza adesso determina cosa genera problemi psicologici? Non sarebbe più corretto fare riferimento alla letteratura scientifica in materia?

Ma per tagliare la testa al toro il decreto riporta anche questa affermazione:

essa (la Pas) risulta essere inserita nel DSM IV nella sezione problemi relazionali genitore-bambino.

Immagino che chi ha redatto il documento non abbia copia di suddetto manuale, altrimenti si sarebbe reso conto che non è affatto così.

Anche se non avete a casa il DSM IV, potete riflettere su questi fatti: nel 2010 il Professor William Bernet ha pubblicato un articolo per caldeggiare l’inserimento del disturbo da alienazione genitoriale nel DSM V; se questo disturbo fosse già citato nel Manuale che bisogno aveva il Professor Bernet di dedicarsi a questo lavoro?

Ma andiamo a leggere cosa scrive questo Bernet:

Three articles criticized the proposal that PA be included in DSM-5: an article by Walker and Shapiro, an article by Houchin, et al. and a review of Parental Alienation, DSM-5, and ICD-11 by Pepiton et al. The current article was written to continue this dialogue by identifying and addressing several errors and misunderstandings put forth in those three publications. Although we disagree with many of their statements and most of their conclusions, we appreciate the authors’ willingness to participate in a scholarly dialogue regarding the place of PA in psychiatric nosology.

Ci racconta il Professor Bernet che tre articoli hanno criticato la proposta di inserimento dell’alienazione genitoriale nel DSM e che il suo articolo si propone di rispondere alle critiche… Se nel 2010 era in corso un dibattito accademico sull’inserimento dell’alienazione genitoriale nel DSM V, come è possibile che i partecipanti a questo dibattito ignorassero la presenza dell’alienazione genitoriale nel DSM IV?

Distrazione?

E’ evidente che queste persone ci stanno prendendo in giro.

Non interessa affatto a questa gente dimostrare scientificamente che esiste una malattia o un disturbo relazionale che corrisponda in qualche modo alla sindrome da alienazione genitoriale: l’alienazione genitoriale già esiste nella loro mente e non c’è articolo scientifico o esperto che tenga, si troverà comunque il modo di giustificare la loro ostinazione a punire il bambino recalcitante e bugiardo: lo fanno per il suo bene.

Il bambino di Cittadella è un bambino che rifiuta di obbedire ad uno dei genitori e questo è inaccettabile; è un bambino capriccioso e, si sa, i capricci dei bambini vanno ignorati. Non lo dice anche la Tata della TV?

Poco importa – leggiamo nel decreto – se quel padre ha richiesto con ostinazione la decadenza della potestà genitoriale della madre, opponendosi ad una prima decisione del Tribunale di avviare un progetto di riavvicinamento padre-figlio. Poco importa se ha lottato affinché il figlio fosse di forza allontanato dalla sua casa e dai suoi affetti. Non è importante che la madre abbia testimoniato che il padre avesse assunto un atteggiamento connotato da aggressività ed ossessività, al punto da presentare oltre venti denunce penali nei confronti della moglie, perché questo atteggiamento viene definito salvifico.

Salvifico: che salva, che conduce alla salvezza.

Aggressività ed ossessività, ripetute denunce contro l’altro genitore: questi sono atteggiamenti che salvano il bambino… Si: secondo quella che Alice Miller definisce pedagogia nera.

Sempre nel decreto leggiamo che la madre

si era costituita anche in tale procedura negando ogni sua responsabilità in ordine al rifiuto del figlio di vedere il padre e chiedendo da una parte i più opportuni provvedimenti per proseguire nel percorso di riavvicinamento (padre-figlio)

concordava nella necessità di attività di sostegno da parte del servizio sociale e autorizzava la valutazione neuropsichiatrica del figlio,

ma nonostante questo la conclusione è che

si è manifestata come un soggetto apparentemente collaborativo.

Perché la collaborazione di questa madre è considerata apparente e non sostanziale?

Sulla base del risultato: siccome il figlio ha mantenuto nel tempo un atteggiamento ostile nei confronti della figura paterna, la colpa non può che essere della madre, che non ha saputo accompagnare psicologicamente il figlio alla ripresa dei rapporti con il padre.

Che cosa avrebbe dovuto fare questa madre per risultare davvero collaborativa?

Semplice, avrebbe dovuto obbligare il bambino a fare quello che non voleva fare: ovvero stare con il padre.

Viene rimproverato alla madre: non ha ripreso il suo eloquio sconveniente, né gli agiti violenti.

Le reazioni di rifiuto del bambino (cioè il suo comportamento malvagio e ingiustificato nei confronti del povero genitore innocente) avrebbero dovute essere soffocate (non ascoltate o magari comprese), di modo da impedire lo strutturarsi di una personalità deviante.

Deviante, che devia dalla norma e la norma, la regola, è che i bambini obbediscono ai genitori, volenti o nolenti.

Di questo bambino sappiamo che si presentava come un bambino normalissimo nelle relazioni con gli altri, salvo cambiare improvvisamente al solo parlargli del padre che definiva come ” persona cattiva, un diavolo, persona sgradevole” e perdere il controllo ed il rispetto delle più elementari relazioni con ricorso ad aggressività verbale ed agita, senza alcuna provocazione.

Questo bambino non ha problemi relazionali con nessun altro a parte il padre. Come mai?

E’ chiaro: è stata la madre.

Vi sembra logico?

No, non lo è.

Ma è funzionale, anzi è semplicemente perfetto, perché rimette ogni cosa al suo posto: il padre riacquista la piena potestà e la madre la perde. Può vedere il bambino, naturalmente, ma non ha nessun potere decisionale e per ogni cosa deve chiedere il permesso al padre-padrone.

Senza intervenire sul Codice Civile, la Pas di fatto permette a chi non la trova “confortevole” di abrogare la riforma del diritto di famiglia del 1975, quella che eliminò la patria potestà per introdurre la potestà genitoriale, equiparando in doveri e dignità le figure del padre e della madre e abolendo, oltre alla patria potestà, la potestà maritale.

La Pas, inoltre, ci riporta indietro ai tempi in cui vocaboli raffinati come “castigo”, “educazione” e “guida sulla via del bene” permettevano al genitore di maltrattare il proprio figlio impunemente; questo padre ha trascinato per i piedi un bambino davanti all’intera nazione – supportato dalle forze dell’ordine – senza che nessuno lo abbia trovato abbastanza discutibile da mettere in discussione le sue competenze genitoriali.

O forse quei tempi non sono mai cessati e quando Alice Miller ha scritto, usando il passato, la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime, ha peccato di ottimismo.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Effi B. » martedì 21 maggio 2013, 10:08

Grazie Maria. Terribile!
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda DaniTom » venerdì 24 maggio 2013, 14:13

Veramente triste.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » giovedì 7 novembre 2013, 11:12

Un articolo di una esperta del settore (pediatra e medico legale) sull'abuso di CTU nel corso di processi di separazione, e pericolosi conflitti di interesse tra chi scrive le perizie e contemporaneamente gestisce case famiglia in cui spesso questi minori vengono "ricoverati".

Per inciso anni fa feci un corso con la Legacoop (l'associazione delle coop rosse per intenderci) e in quella sede l'apertura di case famiglia era visto come il business del decennio, non a caso da li a pochi anni ne sorsero come funghi.

http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=642


Quel gran brutto pasticcio della Consulenza Tecnica Psicologica
Pubblicato il 6 novembre 2013

È tutta la struttura della CTU che non va.

Primo tra tutti il ricorso ad essa su larga scala, praticamente SEMPRE, come se spesso non potesse bastare il giudizio di un magistrato equilibrato e di buon senso, dotato di capacità umane e relazionali normali, con un vissuto “umano” dentro di sé. Le CTU non vanno fatte, semplicemente. Ci sarà qualche caso, sporadico, in cui ci vuole l’opera di un “esperto”, ma nella stragrande maggioranza dei casi, ma che ci importa di sapere quali sfumature di carattere ha un genitore, da quando in qua ci vuole la patente di genitore per tirare su i figli. E poi, quand’anche si sappia che il padre è un ansioso e la madre ha conflitti irrisolti? che si fa? gli si leva i bambini? stanno meglio in comunità? E quei consulenti stessi, che storia di “genitore” hanno per andare a dare giudizi morali sugli altri: chi neanche sa cosa significhi avere figli! chi non è neanche sposato! chi ha enormi problemi con i propri di figli! chi ha separazioni drammatiche addosso! chi viene da storie personali altrettanto drammatiche. …ma.. minimo dovrebbero prima essere loro esaminati, altrimenti sai che “controtransfert” viene fuori…Chi valuta quali e quante “emozioni proprie” il consulente getti sui periziandi? Per non parlare dei fatti noti di consulenti che sono anche “impastati” con case famiglia, o addirittura ne sono fondatori o soci… Ma questa è l’Italia dei conflitti di interesse e tutto ciò non scandalizza!

Poi il modo di operare stesso della psicologia che per definizione nega i fatti, i comportamenti. E’ l’esatta negazione della valutazione di ciò che è in atti. Soprattutto per quanto riguarda l’approccio sistemico-relazionale a cui interessano, appunto, le relazioni non i singoli ed i loro comportamenti. In altre parole essa è l’antitesi del ragionamento giuridico, che invece mira a valutare fatti e comportamenti e, una volta individuati, a valutare se essi configurino reati oppure no.

L’entrata a tappeto della psicologia nei Tribunali ha comportato l’annullamento dell’opera di “investigazione” e di “valutazione” che il Tribunale è chiamato a svolgere ed adesso, in Italia, siamo senza una giurisdizione nel diritto di famiglia. Semplicemente, non c’è! Non esiste più tanto è vero che la violenza intrafamiliare è in netto aumento perché è ammesso e tollerato tutto, come è in aumento la pedofilia. Anche la ”extraterritoriale”. Ricordiamoci che il 30% dei “turisti sessuali” che vanno a rovinare i bambini degli altri sono italiani. Abbiamo anche questo primato. Ci sarà un perché?

Finché continueremo a negare i fatti, a non punire i colpevoli di violenza ai danni dei bambini e delle donne, a far valutare gravi reati a chi non lo può saper fare perché non ne ha la minima preparazione ed a tollerare comportamenti aggressivi e violenti: minacce, botte, parolacce, inseguimenti, violenze attraverso i figli…saremo immersi in questa melma di violenza e inciviltà. Finché risponderemo a violenze e minacce con test psicometrici per valutare se la signora le minacce “se le merita“, perché in sostanza sovente si dice questo, o con test cui sottoporre poveri bambini per valutare se “tagliano la coda al cagnolino” nel qual caso la madre ha problemi con gli uomini e quindi il bambino sta meglio col padre violento perché la violenza l’ha voluta la signora…rimarremo in questa vergogna! Finchè non sapremo distinguere i comportamenti di una donna che ha vissuto anni di violenze psicologiche e fisiche da quello del violentatore ma continueremo a parlare di “conflittualità” e la sottoporremo a test psicologici che vengono invariabilmente alterati nelle vittime di violenza, e che sono controindicati da Società Scientifiche e Organizzazioni di Magistrati ma tanto il CTU di turno è talmente ignorante che nemmeno lo sa o non gli interessa……non ci dobbiamo lamentare dei morti, dei danni, della violenza che poi proietteremo anche negli uomini di domani e quindi nella società di domani. Ditemi se sarebbero tollerati minacce ai politici, ai professionisti, ai magistrati, di morte, di botte, di ritorsioni come si fa con le mogli. Ditemi se in una rapina a mano armata andremmo a fare i test psicodiagnostici al gioielliere per capire se ostentava troppo i suoi gioielli in vetrina e se lo liquideremmo con una diagnosi di “tratti istrionici di personalità“. Gli psicologi hanno imbavagliato la Giustizia, questo è! E la Giustizia ha preferito abdicare! Inutile, proprio inutile, al momento attuale ricorrere alla Giustizia per le questioni di diritto di famiglia, invece di trovare il “giudizio” troviamo un delirio di fantasie che gettano le basi in teorie interpretative ancora non validate, né condivise dalla comunità scientifica. Semplici opinioni di un singolo. E su questa base, cioè sul pensiero di un singolo, neanche precedentemente esaminato……si decide se un bambino rimane in famiglia, se va col babbo, se va con la mamma.

Se lo si separa dai fratelli! Si decide tutto il suo destino con ripercussioni per tutta la sua vita e per la vita degli altri. CTU fatte col copia/incolla, dove anche i dati anagrafici sono sbagliati e le cui conclusioni, malauguratamente, troppo spesso vengono adottate dal magistrato, anche queste, col copia/incolla. Ci sono molti bravi magistrati che fanno, o cercano di fare, il loro dovere ma molti, molti sono disinteressati alle questioni di diritto di famiglia. Non fanno indagini, non verificano i testimoni, non sentono persone informate di grande significato nella vita della famiglia e di semplice convocazione: il pediatra, i maestri, il medico, l’allenatore. Non verificano la correttezza delle operazioni peritali. Non leggono criticamente le consulenze. Non si domandano perché i test siano usati così in larga scala e soprattutto, soprattutto se i fatti siano stati verificati, i bambini ascoltati, i genitori “criticamente” valutati. Ricordiamoci che i padri maltrattanti sono splendidi manipolatori e la teoria del “friendly parent” è ormai, anche in America, sepolta per sempre. Magistrati purtroppo che preferiscono, appunto, abdicare invece di agire, anche con forza, ma nel vero interesse dei deboli e nel rispetto dell’ordinamento, con prudenza, alto livello di sospetto, grande criticità, senso di realtà sempre difendendo i bambini e le loro naturali ed essenziali relazioni familiari.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Effi B. » giovedì 7 novembre 2013, 13:07

Grazie mille Maria! Troppe volte la realtà di certe situazioni che conosco ha espresso quello che hai allegato.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » martedì 12 novembre 2013, 17:56

QUella che segue è un'intervista ad un ex magistrato che lavorava a Bologna e che ha visto come funziona il business dei bambini tolti alle loro famiglie.....e basta una semplice denuncia anonima per mettere in moto i servizi sociali

http://news.panorama.it/politica/in-giu ... bject_map={%2210200955550076554%22%3A1387122111530548}&action_type_map={%2210200955550076554%22%3A%22og.likes%22}&action_ref_map


Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo
Il più osceno business italiano: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia

di Maurizio Tortorella

Sembra un uomo pensoso e forse triste, Francesco Morcavallo. Se davvero lo è, il motivo è una sconfitta. Perché, malgrado una battaglia durata quasi quattro anni, non è riuscito a smuovere di un millimetro quello che ritiene un «meccanismo perverso» e insieme «il più osceno business italiano»: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia.

Dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, Morcavallo ne ha visti tanti, di quei drammatici percorsi che iniziano con la sottrazione alle famiglie e finiscono con quello che lui definisce l’«internamento» (spesso per anni) negli istituti e nelle comunità governati dai servizi sociali. Da magistrato, Morcavallo ha combattuto una guerra anche culturale contro quello che vedeva intorno a sé. Ha tentato di correggere comportamenti scorretti, ha cercato di contrastare incredibili conflitti d’interesse. Ha anche denunciato abusi e qualche illecito. È stato a sua volta colpito da esposti, e ne è uscito illeso, ma poi non ce l’ha fatta e ha cambiato strada: a 34 anni ha lasciato la toga e da pochi mesi fa l’avvocato a Roma, nello studio paterno. Si occupa di società e successioni. E anche di diritto della famiglia, la sua passione.

Dottor Morcavallo, quanti sono in un anno gli allontanamenti decisi da un tribunale dei minori «medio», come quello di Bologna? Sono decine, centinaia?
Sono migliaia. Ma la verità è che nessuno sa davvero quanti siano, in nessuna parte d’Italia. Lo studio più recente, forse anche l’unico in materia, è del 2010: il ministero del Lavoro e delle politiche sociali calcolava che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi portati via dalle famiglie fossero in totale 39.698. Solo in Emilia erano 3.599. Ma la statistica ministeriale è molto inferiore al vero; io credo che un numero realistico superi i 50 mila casi. E che prevalga l’abbandono.

L’abbandono?
Quando arrivai a Bologna, nel 2009, c’erano circa 25 mila procedimenti aperti, moltissimi da tanti, troppi anni. Trovai un fascicolo che risaliva addirittura al 1979: paradossalmente si riferiva a un mio coetaneo, evidentemente affidato ancora in fasce ai servizi sociali e poi «seguito» fino alla maggiore età, senza interruzione. Il fascicolo era ancora lì, nessuno l’aveva mai chiuso.

E che cos’altro trovò, al Tribunale di Bologna?
Noi giudici togati eravamo in sette, compreso il presidente Maurizio Millo. Poi c’erano 28-30 giudici onorari: psicologi, medici, sociologi, assistenti sociali.

Come si svolgeva il lavoro?
I collegi giudicanti, come previsto dalla legge, avrebbero dovuto essere formati da due togati e da due onorari: scelti in modo automatico, con logiche neutrali, prestabilite. Invece regnava un’apparente confusione. Il risultato era che i collegi si componevano «a geometria variabile». Con un solo obiettivo.

Cioè?
In aula si riuniva una decina di giudici, che trattavano i vari casi; di volta in volta i quattro «decisori» che avrebbero poi dovuto firmare l’ordinanza venivano scelti per cooptazione, esclusivamente sulla base delle opinioni manifestate. Insomma, tutto era organizzato in modo da fare prevalere l’impostazione dei servizi sociali, sempre e inevitabilmente favorevoli all’allontanamento del minore.

E lei che cosa fece?
Iniziai da subito a scontrarmi con molti colleghi e soprattutto con il presidente Millo. Le nostre impostazioni erano troppo diverse: io sono sempre stato convinto che l’interesse del minore debba prevalere, e che il suo restare in famiglia, là dov’è possibile, coincida con questo interesse. È la linea «meno invasiva», la stessa seguita dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Gli altri giudici avevano idee diverse dalle sue?
Sì. Erano per l’allontanamento, quasi sempre. Soltanto un collega anziano la vedeva come me: Guido Stanzani. Era magistrato dal 1970, un uomo onesto
e serio. E anche qualche giudice onorario condivideva il nostro impegno: in particolare lo psicologo Mauro Imparato.

Che cosa accadeva? Come si aprivano i procedimenti?
Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di allontanamenti dalle famiglie per motivi economici o perché i genitori venivano ritenuti «inadeguati».

Che cosa vuol dire «inadeguato»?
Basta che arrivi una segnalazione dei servizi sociali; basta che uno psicologo stabilisca che i genitori siano «troppo concentrati su se stessi». In molti casi, è evidente, si tratta di vicende strumentali, che partono da separazioni conflittuali. Il problema è che tutti gli atti del tribunale sono inappellabili.

Perché?
Perché si tratta di provvedimenti formalmente «provvisori». L’allontanamento dalla famiglia, per esempio, è per sua natura un atto provvisorio. Così, anche se dura anni, per legge non può essere oggetto di una richiesta d’appello. Insomma non ci si può opporre; nemmeno il migliore avvocato può farci nulla.

Tra le cause di allontanamento, però, ci sono anche le denunce di abusi sessuali in famiglia. In quei casi non è bene usare ogni possibile cautela?
Dove si trattava di presunte violenze, una quota comunque inferiore al 5 per cento, io a Bologna ho visto che molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime. Era il classico vicino che scriveva: attenzione, in quella casa molestano i figli. Non c’era nessuna prova. Ma i servizi sociali segnalavano e il tribunale allontanava. Un arbitrio e un abuso grave, perché una denuncia anonima dovrebbe essere cestinata. Invece bastava a giustificare l’affido. Del resto, se si pensa che molti giudici onorari erano e sono in conflitto d’interesse, c’è di che capirne il perché.

Che cosa intende dire?
Chi sono i giudici onorari? Sono psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali. Che spesso hanno fondato istituti. E a volte addirittura le stesse case d’affido che prendono in carico i bambini sottratti alle famiglie, e proprio per un’ordinanza cui hanno partecipato.

Possibile?
A Bologna mi trovai in udienza un giudice onorario che era lì, contemporaneamente, anche come «tutore» del minore sul cui affidamento dovevamo giudicare.

Ma sono retribuiti, i giudici onorari?
Sì. Un tanto per un’udienza, un tanto per ogni atto. Insisto: certi fanno 20-30 udienze a settimana e incassano le parcelle del tribunale, ma intanto lavorano anche per gli istituti, le cooperative che accolgono i minori. È un business osceno e ricco, perché quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business è alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.

È una denuncia grave. Il fenomeno è così diffuso? Possibile che siano tutti interessati, i giudici onorari? Che tutti i centri d’affido guardino solo al business?
Ma no, certo. Anche in questo settore c’è il cattivo e c’è il buono, anzi l’ottimo. Ovviamente c’è chi lavora in modo disinteressato. Però il fenomeno si alimenta allo stesso modo per tutti. I tribunali dei minori non scelgono dove collocare i minori sottratti alle famiglie, ma guarda caso quella scelta spetta ai servizi sociali. Comunque la crescita esponenziale degli affidi e delle rette è uguale per i buoni come per i cattivi. E c’è chi ci guadagna.

Per lei sono più numerosi gli istituti buoni o i cattivi?
Non lo so. A mio modo di vedere, buoni sono quelli che favoriscono il contatto tra bambini e famiglie. Ce ne sono alcuni. Io ne conosco 2 o 3.

Ma, scusi: i giudici onorari chi li nomina?
Il diretto interessato presenta la domanda, il tribunale dei minori l’approva, il Consiglio superiore della magistratura ratifica.

E nessuno segnala i conflitti d’interessi? Nessuno li blocca?
Dovrebbero farlo, per legge, i presidenti dei tribunali dei minori. Potrebbe farlo il Csm. Invece non accade mai nulla. L’associazione Finalmente liberi, cui ho aderito, è tra le poche che hanno deciso d’indagare e lo sta facendo su vasta scala. Sono stati individuati finora un centinaio di giudici onorari in evidente conflitto d’interessi. Li denunceremo. Vedremo se qualcuno ci seguirà.

Quanto può valere quello che lei chiama «business osceno»?
Difficile dirlo, nessuno controlla. In Italia non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali.

Ipotizzi lei una stima.
Sono almeno 50 mila i minori affidati: credo costino 1,5 miliardi l’anno. Forse di più.

Torniamo a Bologna. Nel gennaio 2011 accadde un fatto grave: un neonato morì in piazza Grande. Fu lì che esplose il conflitto fra lei e il presidente del tribunale dei minori. Come andò?
La madre aveva partorito due gemelli dieci giorni prima. Uno dei due morì perché esposto al freddo. Che cosa era successo? In realtà la famiglia, dichiarata indigente, aveva altri due bambini più grandi, entrambi affidati ai servizi sociali. Il caso finì sulla mia scrivania. Indagai e mi convinsi che quella morte era dovuta alla disperazione. I genitori avevano una casa, contrariamente a quel che avevano scritto i giornali, ma ne scapparono perché terrorizzati dalla prospettiva che anche i due neonati fossero loro sottratti.

E a quel punto che cosa accadde?
Il presidente Millo mi chiamò. Disse: convochiamo subito il collegio e sospendiamo la patria potestà. Risposi: vediamo, prima, che cosa decide il collegio. Millo avocò a sé il procedimento, un atto non previsto da nessuna norma. Allora presentai un esposto al Csm, denunciando tutte le anomalie che avevo visto. E Stanzani un mese dopo fece un altro esposto. Ne seguirono uno di Imparato e uno degli avvocati familiaristi emiliani.

Fu allora che si scatenò il contrasto?
Sì. Fui raggiunto da un provvedimento cautelare disciplinare del Csm. Venni accusato di avere detto che nel Tribunale dei minori di Bologna si amministrava una giustizia più adatta alla Corea del Nord, di avere denigrato il presidente Millo. Fui trasferito a Modena, come giudice del lavoro. Venne trasferito anche Stanzani, mentre Imparato fu emarginato. Nel dicembre 2011, però, la Cassazione a sezioni unite annullò quella decisione criticando duramente il Csm perché non aveva ascoltato le mie ragioni, né aveva dato seguito alle mie denunce.

Così lei tornò a Bologna?
Sì. Ma per i ritardi del Csm, anch’essi illegittimi, il rientro avvenne solo il 18 settembre 2012. Millo nel frattempo era andato via, ma non era cambiato gran che. Fui messo a trattare i casi più vecchi: pendenze che risalivano al 2009. Fui escluso da ogni nuovo procedimento di adottabilità. Capii allora perché un magistratro della procura generale della Cassazione qualche mese prima mi aveva suggerito di smetterla, che stavo dando troppo fastidio a gente che avrebbe potuto farmi desistere con mezzi potenti.

Sta dicendo che fu minacciato?
Mettiamola così: ero stato caldamente invitato a non rompere più le scatole. Capii che era tutto inutile, che il muro non cadeva. Intanto, in marzo, Stanzani era morto. Decisi di abbandonare la magistratura.

E ora?
Ora faccio l’avvocato. Ma lavoro da fuori perché le cose cambino. Parlo a convegni, scrivo, faccio domande indiscrete.

Che cosa chiede?
Per esempio che i magistrati delle procure presso i tribunali dei minori vadano a controllare i centri d’affido: non lo fanno mai, ma è un vero peccato perché troverebbero sicuramente molte sorprese. Chiedo anche che il Garante nazionale dell’infanzia mostri più coraggio, che usi le competenze che erroneamente ritiene di non avere, che indaghi. Qualcuno dovrà pur farlo. È uno scandalo tutto italiano: va scoperchiato.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Effi B. » martedì 12 novembre 2013, 22:05

Leggere questa intervista mi ha messo i brividi
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda mamazaba » martedì 12 novembre 2013, 22:52

anche a me, mi sento male..
sto cercando altre notizie su questo argomento ma non e` facile destreggiarsi..
grazie Maria.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » martedì 12 novembre 2013, 23:03

io seguo questo blog che spesso scrive articoli orginali o ne riporta di altri: http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Silvia D. » mercoledì 13 novembre 2013, 0:11

Terribile, spaventoso, davvero...
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda GloBe » mercoledì 13 novembre 2013, 0:47

Mi lascia un po' perplessa questo articolo perché poco tempo fa ho letto su un altro forum ciò che ha scritto un'assistente sociale della quale non avrei motivo di dubitare. Diceva che i procedimenti per allontanare un minore dai genitori sono lunghi, ragionati e sofferti e che quasi mai si arriva a farlo. Che spesso quello che si legge sui giornali è solo parte della storia, l'altra parte loro non possono svelarla per motivi di privacy (es non possono dite i reali motivi che hanno spinto a portar via i figli a una coppia che magari in tv dice che erano genitori modello). Io preferisco credere a questo, perché quanto riportato nell'articolo fa paura. :(
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda Lorelay » mercoledì 13 novembre 2013, 9:21

molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime


Ma non diciamo assurdità. Negli enti pubblici le lettere anonime non vengono neppure protocollate, non le considerano neanche, neppure i Servizi sociali. Forse le forze dell'ordine, in base al tipo di lettera, possono aprire qualche indagine, ma che si agisca su una lettera anonima e si prosegua fino all'allontanamento del bambino è assurdo.
E certo non con la facilità con cui viene raccontato qui.

Mi piacerebbe sentire l'altra campana, quest'uomo non mi convince per niente, neppure nei numeri. Ogni anno in Italia nascono 500mila bambini, e lui dice che i casi di affido potrebbero essere 50mila. Uno ogni 10? Allora ognuno di noi dovrebbe conoscere almeno una famiglia in cui è accaduto un fatto simile.
I conti non tornano.
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda mamazaba » mercoledì 13 novembre 2013, 9:28

Lorelay, in un altro articolo dicevano che potrebbero essere 50.000. bambini affidati in tutto, non all'anno, magari il giornalista ha scritto male? e che le lettere anonime erano prese in considerazione in caso denunciassero abusi sessuali..

concordo che faccia paura ma la voce di questo magistrato sembra attendibile..
probabilmente esistono realta` molto diverse a seconda delle province. sarebbe interessante parlare con qualcuno di Bologna..
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » mercoledì 13 novembre 2013, 9:32

capisco la paura, io ho visto fiorire comunità su comunità per l'accoglienza dei minori e sono sempre piene, ahimè
Lorelay capisco che liquidare le affermazioni di questo signore sia più tranquillizzante, però i numeri dicono che solo a Milano nel 2012 sono stati tolti alle loro famiglie 1706 bambini
http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=482

a Torino nel 2012 sono stati 1100
http://crescerefiglialtrui.typepad.com/ ... mbini.html

Hai letto questo articolo? http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=642

Se è vero che in alcuni gruppi sociali gli allontanamenti dei minori sono una rarità è altrettanto vero che in alcuni quartieri/classi sociali è la norma per la maggior parte delle famiglie

Sul fatto che le lettere anonime non possano avviare indagini mi sento di smentirti, molto spesso molte indagini delle procure partono da esposti anonimi, è sufficiente che la segnalazione sia ben circostanziata per non essere cestinata
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Re: Quando un genitore dovrebbe rinunciare ai propri diritti

Messaggioda maria » mercoledì 11 dicembre 2013, 12:06

ritorno sulla PAS, la fantomatica Sindrome di Alienazione Genitoriale sulla cui base abbiamo assistito alla violenza su quel bambino di Padova, portato via urlante dalla polizia, dal padre, dal di lui avvocato, e rinchiuso in una casa famiglia per minori.

http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=660


il Dr Gardner e la PAS siano solo una “nota patetica” della Psichiatria
Pubblicato il 10 dicembre 2013

Un commento sul suicidio del dottor Richard Gardner rilasciato dall’ultimo uomo che lo ha esaminato, l’avvocato Richard Ducote:

La Sindrome di Alienazione Genitoriale è un falso, una frode pro-pedofilia inventata da Richard Gardner. Sono stato l’ultimo avvocato ad esaminare Gardner. In Paterson, New Jersey, egli ha ammesso di non aver parlato con il preside della facoltà di medicina della Columbia da oltre 15 anni , e di non aver avuto rapporti privilegiati con l’ospedale per oltre 25 anni. Non ha avuto incarichi dai Tribunali per decenni.

Le uniche due corti d’appello del Paese che hanno considerato la questione se la PAS supera il test Frye, cioè, se è generalmente accettata nella comunità scientifica, hanno detto che non è così.

Come il dottor Paul Fink, ex presidente della American Psychiatric Association ha dichiarato, il Dr. Gardner e la PAS dovrebbero essere solo una “nota patetica” della storia della psichiatria.
Gardner e la sua teoria fasulla hanno fatto danni incalcolabili ai bambini sessualmente e fisicamente abusati ed ai loro genitori protettivi.

La PAS è stata respinta da ogni organizzazione rispettabile.


In un caso della Florida in cui sono stato di recente coinvolto, quando il giudice ha insistito in udienza per la valutazione dell’adeguatezza al Frye, Gardner semplicemente non si è fatto vedere.

Forse perché ha finalmente capito che l’intera nazione aveva compreso la sua truffa, si è suicidato il 25 maggio.

Preghiamo che la sua ridicola, pericolosa follia sulla PAS muoia con lui.

Richard Ducote avvocato di New Orleans, LA
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