Fallimento della pedagogia non violenta

Violenza, manipolazioni, ricatti psicologici, giudizi morali: troppo spesso si ricorre a simili forme di controllo e repressione nell’educazione dei bambini. Discutiamone insieme qui ogni volta che ci sembra di riconoscerle in libri, film, programmi televisivi, nel nostro comportamento o in quello di coloro con cui ci accade di confrontarci.

Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Edukathor » lunedì 4 luglio 2016, 14:08

Ciao a tutti/tutte.
Mi chiamo Marco e non sono genitore, sono zio di un nipote di 6 anni, che vive al piano sopra il mio. Ho avuto il piacere di collaborare nella crescita del bambino e di dare sostegno alla neo mamma, visto che il padre lavora all'estero e rientra solo nel fine settimana e per le ferie.
Quando il bimbo è nato, sua madre, nonchè mia cognata, mi ha dato 2 rudimenti sulla critica di A. Miller alla pedagogia violenta, nera. Mi ha poi detto che il pensiero milleriano sarebbe stato la sua bussola nella crescita del bambino. Ho quindi assistito a:
-maternità ad alto contatto
-trasporto in fascia del bambino
-allattamento a richiesta (sino a quasi 2 anni e mezzo)
-assecondamento di qualunque richiesta/bisogno/capriccio del bambino
-tutte le settimane regali di giocattoli ed altro
-ecc. ecc.
Ebbene, dopo sei anni devo dire che il risultati sono CATASTROFICI e che la pedagogia non violenta ha FALLITO su tutta la linea in modo DIROMPENTE!!
Alcuni fatti a cui ho assistito in prima persona:
-il bambino vuole a tutti i costi essere portato al parco, la mamma deve andare a lavorare ed io pure, gli si spiega che non è possibile, strepita un poco, si calma e poi si rivolge alla mamma e gli dice seraficamente "putt...". Risposta della mamma: "non dire quelle parole alla mamma, che non è educato". Io resto basito: 1) per la violenza verbale del bambino; 2) per la mancanza di spina dorsale della mamma che non gli assesta subito un manverso in faccia;
-(visto decine di volte) il bambino non vuole mangiare quello che la mamma ha preparato e chiede di mangiare qualcos'altro. La mamma si piega docilmente alle sue bizze, gli dà altro cibo ed il piccolo duce mangia due bocconi e poi si mette a lanciare bocconi sul pavimento. La mamma docilmente pulisce e gli dice "di non farlo più perchè sprecare il cibo è molto brutto". Anche mia sorella da piccola era schizzinosa, nostra madre gli spingeva la nuca fino a fargli toccare il naso sul piatto, aggiungendo "se non mangi quello che ti ho dato, ti tiro una sberla dietro la testa che sbatti il naso sul piatto". Inutile dire che mia sorella ha smesso di essere schizzinosa;
-parco pubblico, c'è la fila per salire sull'altalena, il bambino non vuole aspettare, vuole salire subito ed un bimbo gli dice che deve aspettare il suo turno. Allora raccoglie un bastone da terra e minaccia quelli che ci sono prima di lui. Visto che ad accompagnarlo ci sono io e non la mamma, gli dico "conto fino a 5 e se non butti via quel bastone e non chiedi scusa io ti riporto a casa e per oggi non giochi più al parco." Siccome si rifiuta, lo prendo per un braccio e lo riporto a casa a forza di strattoni ed improperi, visto che aveva pure l'ardire di dire di aver ragione lui, dicendo poi alla mamma il perchè ed il per come è stato punito per la sua prepotenza e maleducazione. La sua risposta: "ma come sei rigido, cosa vuoi che sia, hai poi solo alzato un bastone". E io che osavo sperare che almeno un paio di giorni chiuso in casa per punizione li avrebbe passati;
-doccia: il bambino odia lavarsi e fare la doccia, fosse per lui sarebbe sempre puzzolente e sporco. Quando si cerca di lavarlo si mette ad urlare ed insultare. Tre mesi fa, un sabato pomeriggio, mio cognato (il padre) è appena rientrato dal lavoro e mi suona alla porta, chiedendomi di salire ed aiutarlo col bambino, è sporco come un carbonaio e tra due ore sono ad una festa di compleanno. Visto che continua a fare scenate, a sorpresa lo alziamo di peso e lo portiamo sotto la doccia, lo insaponiamo e lo laviamo a viva forza, senza badare ai suoi strepiti. Finito di lavarlo, urla al padre "porco, figlio di p...". Suo padre mi guarda sconsolato e mi sussurra sottovoce "avrei voglia di rompergli tutti i denti ma non voglio scenate con mia moglie e tutte le sue fisse sulla pedagogia non violenta". Tra me e me penso "però, che padre e che marito con gli attributi di budino";
-asilo: lo vado a ritirare e la maestra mi dice che preso a sputi una compagna di classe perchè non gli voleva cedere lo scivolo durante l'intervallo. Quando gli racconto che la madre è seguace delle teorie milleriane mi guarda sconsolate e mi dice "allora capisco tutto";
-3 sere fa: i miei cognati hanno un impegno e lasciano il bambino a me e mia moglie. Stiamo guardando il TG e lui ESIGE che si cambi canale per vedere i cartoni animati su Rai Yoyo o Rai Gulp che sia. Al rifiuto netto e cortese di mia moglie non trova meglio da fare che rispondere "sei una tr...". Non essendo nostro figlio, ne io ne mia moglie, pur vedendone l'esigenza, evitiamo di picchiarlo, semplicemente lo prendiamo di peso e lo chiudiamo nel ripostiglio. Dopo circa due ore i miei cognati vengono a ritirarlo e gli spieghiamo cosa è successo. La madre ci resta male ma cerca di giustificarlo, mio cognato, un po' perchè esasperato dalla gravità del fatto, un po' perchè si vergogna della porcata combinata da suo figlio, un po' perchè non vuole mostrarsi per l'ennesima volta privo di qualunque autorevolezza e forza di volontà, prende il bambino per le orecchie e poi gli assesta un manrovescio così sonoro da echeggiare nel salotto. Il fatto che il ceffone sia stato tirato in presenza mia e di mia moglie testimonia quanto mio cognato fosse allo stremo della sopportazione per la maleducazione del figlio!! NB: il giorno dopo ho incontrato mio cognato (aveva l'aria di chi si è finalmente tolto un peso) ed il bambino (non aveva il coraggio di guardarmi, segno che ha capito la gravità di quello che ha commesso).
Scrivo questo post per testimoniare della differenza che esiste tra una teoria (sempre perfetta sulla carta) ed i risultati pratici che essa produce quando viene applicata sui casi concreti. Ho capito che le teorie milleriane portano a far crescere bambini prepotenti, che reagiscono in modo aggressivo quando qualcosa non va come vogliono loro, per il semplice motivo che nessuno ha mai detto loro un NO e la prima volta che succede è per loro inconcepibile. Quando il bimbo in questione avrà 14, 15 o 16 anni e prenderà qualche 2 di picche da una ragazza, sono sicuro che reagirà in modo molto violento, perchè nella sua vita non ha mai sperimentato il rifiuto, il divieto et similia.
Non ce lo nascondiamo: E' STATO FATTO CRESCERE UN BIMBOMINKIA, viziato e convinto di aver sempre ragione ... in fondo, in un certo senso, è una vittima delle fissazioni pedagociche di sua madre, un preclaro esempio di DEVASTAZIONE DA CURE PARENTALI.
La pedagogia non violenta ha FALLITO IN PIENO ed anche i suo genitori hanno fallito in pieno.
Quando andrà a lavorare, tra una quindicina di anni, si troverà ad imparare in due mesi quello che avrebbe potuto imparare in modo assai meno traumatico in tutti gli anni della sua infanzia: 1) esistono dei limiti; 2) non si può avere tutto quello che si vuole; 3) nella vita occorre talvolta dire "sissignore" e render conto a qualcuno.
Mi spiace dirlo: credo che l'educazione di certi bambini invece che ai genitori andrebbe messa in mano a certi datori di lavoro o a certi direttori del personale che conosco io!!
Altro che I FIGLI SO PIEZZ 'E CORE!!!
Basta! That's all folks!
Edukathor
 
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Effi B. » martedì 5 luglio 2016, 10:49

Ciao Edukathor.

Ci descrivi un bambino nervoso, che fatica a verbalizzare il disagio che prova in situazioni di conflitto e frustrazione. Alcuni degli episodi che riporti sono contesti di difficile gestione per la maggior parte dei genitori: spesso i bambini non si lavano volentieri, capita che pretendano di essere i primi tra i pari, vogliano vedere i cartoni alla televisione, che non concordino col cibo preparato e non sappiano davvero che cosa vogliono d'altro (a parte forse i dolci)...

Di solito invece per gli insulti hanno bisogno di un modello, soprattutto per epiteti "adulti" come "troia" e "puttana": non sono parole di cui un bambino ha bisogno di servirsi nelle sue pratiche quotidiane e si apprendono sentendo dei grandi che le usano. Mi pare che tuo nipote le usi con appropriatezza, quindi io, ritenendo come te opportuno insegnargli a esprimersi diversamente, sarei curiosa di dove può averle apprese e cercherei di monitorare che modelli di relazione può aver esperito. Mordere o usare le mani per un bambino può essere istintivo, ma altre forme di aggressione sono certo indotte dall'esterno e su quelle è sempre bene prestare attenzione.

Quanto alla millerianità dell'educazione prescelta da tua cognata (pazzesca la maestra che conosce Alice Miller e sa di che cosa si sta parlando quando la si nomina! e che la connette allo sviluppo della capacità di sputare sui compagni...), io diffido sempre un po' delle etichette. Anche perché la Miller non dà per lo più indicazioni di puericultura o di tipo educativo. Certo dice di non picchiare i bambini, di non punirli con la mortificazione e il disprezzo, di non essere ricattatori o manipolatori. Ma, se un genitore cerca nelle sue pagine delle indicazioni su che cosa fare, secondo me non trova grande aiuto. Col rischio, che ho toccato con mano in questi anni, di sentirsi a volte bloccato nel timore di sbagliare.

Perché, Edukathor, fare i genitori è difficile. E tua cognata, da quel che ci dici, è tanto sola. E pure lavora. Chi altro c'è in giro? Tu che ruolo hai nell'educazione di questo bambino? Tua moglie? Ci sono dei nonni? Io non sottovaluterei il peso che l'assenza così frequente del papà possa avere sull'equilibrio di questo piccolo. E' un fatto che lascia molti bisogni di vicinanza e connessione scoperti e questo può provocare rabbia in un bambino piccolo. Rabbia che poi esce fuori anche in comportamenti esigenti e aggressivi come quelli che ci descrivi.

Dire che quel che mancano sono le botte quando manca la presenza del papà a me sembra non guardare bene alla situazione: non credo che il padre sarebbe più presente come deve essere nella vita di questo bambino se lo picchiasse e gli lasciasse il peso e il ricordo di quella violenza. E neppure mi sembra una buona idea usare metodi punitivi come quello dello sgabuzzino. Fossi in voi io eviterei di prendermi la responsabilità di accudire un bambino che non vi sta simpatico e vi esaspera. Meglio secondo me che vi prendiate cura delle vostre serate e della vostra serenità innanzitutto. Ne beneficia anche l'accudimento del bambino e i genitori non si trovano poi a dover gestire anche il fastidio degli zii, oltre alla propria stanchezza. Lo dico capendo bene che ci sono tante esigenze e che una serata fuori fa bene a tutti, ma io farei notare ai tuoi cognati che è forse meglio provare a trovare una baby sitter.

E' normale avere posizioni diverse su come si vogliono educare i figli. Le tue sono tanto distanti da quelle di tua cognata. Tua moglie ha mai parlato con lei? Tu? Ci sono modi educati per dirsi che non si è d'accordo. E forse la mamma del piccolo è giusto che sappia che, se vi affida il figlio, può rischiare di averlo indietro dopo due ore di sgabuzzino, non trovi?

Sulle botte ai bambini e metodi punitivi come quelli che descrivi successi a tua sorella, non posso che dirti che li trovo pericolosi e gravi. La violenza non ha giustificazione alcuna, Edukathor, E' ciò che può capitare di fare perché di meglio in quel momento non viene, ma ci sono sempre un atteggiamento o una strategia migliori che non si è riusciti a scegliere. I genitori che si trovano a essere violenti è bene che cerchino di capire che cosa non li ha lasciati liberi di scegliere altrimenti, che cosa ha mosso quell'impulso (di solito è un impulso difficile da controllare che porta ad alzare le mani sui bambini e in genere). Quando sento persone che vantano la moralità che hanno costruito grazie alle botte ricevute io non riesco a non chiedermi quanto altro di rispettoso hanno anche ricevuto da quei genitori, quali gesti di amore in altri momenti. Le stesse spiegazioni date a mente fredda con più pazienza, anche se in modo fermo, secondo me sono state piuttosto le ragioni di ciò che si è utilmente imparato. Di solito chi riceve solo botte e umiliazioni ne esce sfasciato o diventa un delinquente (interessante, non credi, che tutti i delinquenti che sono stati studiati abbiano un passato di bambini maltrattati: la violenza subita da piccoli non garantisce meccanicamente un futuro da malfattori, ma è un fattore di rischio significativo).

Nel vostro caso, ho troppi pochi elementi per capire che cosa succede. Certo la mamma in questione mi sembra poco sostenuta. E non posso sapere che cosa sceglie di elaborare come linea educativa alternativa all'uso coercitivo della forza e del potere. Anche il lasciare ai bambini la completa responsabilità di ciò che pertiene alla loro vita è dannoso. Come riesce questa donna a prendersi la sua responsabilità di mamma. In questo senso forse potrebbe aver bisogno di aiuto, ma non sono le botte che la potrebbero far diventare un punto di riferimento responsabile. Non è una questione questa che per me possa essere in discussione. Se scorri le nostre pagine, soprattutto l'archivio più antico, di discussioni in proposito ne troverai molte.

Ci sono modi non violenti per insegnare ai bambini ciò che elenchi, che condivido anche io come obiettivo:
1) esistono dei limiti, la vita è fatta di limiti, questo non si può cambiare ed è utile imparare a gestire questo fatto;
2) non si può avere tutto quello che si vuole, corollario del punto precedente;
3) ci sono delle volte che ci si trova a vivere il limite in modo più frustrante e, da bambini, sono i genitori che si devono prendere la responsabilità di scegliere che cosa è bene per il proprio bambino (qui credo che non concordiamo sulla possibilità di dare al bambino la libertà di manifestare la sua frustrazione quando lo si costringe ad adattarsi a una direttiva adulta, ma sul fatto che certe cose non le può decidere un bambino siamo d'accordo).

Per quanto mi riguarda nel tempo ho toccato con mano come i bambini, se capiti e accolti con attenzione e rispetto, sappiano essere ampiamente collaborativi. certo ci vuole impegno e ci vuole pazienza. Un ceffone blocca più rapidamente una reazione forte, induce a una più pronta obbedienza (ma non tutti, sai?, ci sono anche bambini ceffone-resistenti). Ma il bambino esegue per paura del dolore e dell'essere annullato dalla forza dell'adulto, per non sperimentare una così radicale mancanza di rispetto. Non ha imparato nulla sul perché il genitore o l'adulto gli impone quella scelta, ha imparato paura e rabbia. Non è quello che io voglio per i miei figli, non lo auguro a tuo nipote. Questo sito e questo forum sono convinti che ci si debba impegnare a fare altrimenti.

Come ultima cosa mi viene da consigliarti di cercare una visione più d'insieme per guardare alle difficoltà del tuo nipotino. Hai già deciso che il problema sono la mancanza di botte e punizioni. E' un pregiudizio di partenza. Tutti noi ragioniamo per pregiudizi, niente di male. Ma la faccenda a me sembra debba essere molto più complessa. Capisco al tua esasperazione di fronte ai comportamenti difficili da gestire di questo bambino e anche la preoccupazione per il suo futuro. Proprio perché desideri cercare di capire meglio che cosa si potrebbe fare, prova a vedere se una visione più articolata e complessa non può esserti utile. Tieni conto che una difficoltà in più non può non venire dal fatto che lo stile di tua cognata mette in discussione ciò che tu conosci per averlo sperimentato, quello che mi sembra sia per te l'unico metodo educativo possibile. Quindi niente di strano che per darle credito tu ti aspetti dei risultati se non eclatanti quanto meno dal tuo punto di vista più soddisfacenti. In ogni caso posso dirti che a volte con un'educazione empatica e non violenta ci vuole più tempo per avere risultati visibili, ma quando sono visibili, non sono solo di facciata, non hanno bisogno del timore della punizione per venire spontaneamente dai bambini: sono effettivi e hanno origine in motivazioni che i bambini trovano intrinsecamente in sé stessi. Tu porti il caso di tuo nipote per argomentare l'esigenza di essere genitori violenti, se vogliamo restare alle personali esperienze e lasciare da parte la mole di studi sugli effetti della violenza e sui benefici di un'educazione rispettosa e non violenta, io posso portarti quello di tanti bambini che ho conosciuto nel tempo e dei miei figli per sostenere il contrario.
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda echidna » martedì 5 luglio 2016, 11:27

Se posso io ti farei due domande:
1. é piú grave che un bambino dell'asilo dica parolacce sentite dagli adulti di cui nemmeno conosce il significato o che due adulti rinchiudano in uno sgabuzzino un minore che é stato loro affidato ?
2. e tu?sei mai stato chiuso da qualcuno in uno sgabuzzino?
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda PATRIZIO LAMPARIELLO » martedì 5 luglio 2016, 12:14

Non mi dilungo anche perchè non c'è troppo da aggiungere all'intervento di Effi che ha trattat, molto bene, la questione da un punto di vista pratico ed empirico. Per quanto mi riguarda, dico che siamo alle solite:: il cliché del "bambino cattivo" per mantenere l'idealizzazione degli amati genitori. Eppure la violenza e il terrorismo, sotto gli occhi di tutti, dovrebbero pur insegnare qualcosa, se NON FOSSE CHE ANCORA IN TANTI PENSANO CHE I BAMBINI NASCANO PIENI DI AGGRESSIVITÀ ED EGOISMO E CHE L'EDUCAZIONE SERVA AD 'ESTIRPARE' LA GRAMIGNA CHE ALLIGNA IN LORO...per la gioia di Marco, della moglie e del fratello che ci hanno dimostrato l'utilitá delle botte, delle umiliazioni e delle punizioni per 'forgiare' il carattere del 'piccolo tiranno' che tiranneggia i malcapitati di turno.
Ti dovresti vergognare.....giá ma come puoi se non conosci la tua personale, misera, storia infantile che 'giace' sotto 'strati di disociazione.
Chiudo con un inno alla violenza.....visto che il nostro Marco ne sente cosi tanto la mancanza :clap:
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Edukathor » mercoledì 6 luglio 2016, 12:58

[quote="echidna"]Se posso io ti farei due domande:
1. é piú grave che un bambino dell'asilo dica parolacce sentite dagli adulti di cui nemmeno conosce il significato o che due adulti rinchiudano in uno sgabuzzino un minore che é stato loro affidato ?
2. e tu?sei mai stato chiuso da qualcuno in uno sgabuzzino?

Ti rispondo subito:
1) il significato delle parole magari non lo conosce alla perfezione, mai il tono aggressivo e violento nel pronunciarle denuncia il ben preciso intento di ferire ed offendere. Si tratta di insulti molto pesanti, a sfondo sessuale e maschilista. Rinchiuderlo nello sgabuzzino gli dà l'occasione di riflettere sulla malvagità del suo comportamento, un comportamento da reprimere senza esitazioni perchè denota aggressività e voglia di fare del male.
2) certo che mi è capitato di essere rinchiuso in uno sgabuzzino e più di una volta, ed ho avuto l'occasione di pensare sugli errori commessi. Non è poi molto diverso dal time out che si usa all'asilo.
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Edukathor » mercoledì 6 luglio 2016, 13:11

PATRIZIO LAMPARIELLO ha scritto:Non mi dilungo anche perchè non c'è troppo da aggiungere all'intervento di Effi che ha trattat, molto bene, la questione da un punto di vista pratico ed empirico. Per quanto mi riguarda, dico che siamo alle solite:: il cliché del "bambino cattivo" per mantenere l'idealizzazione degli amati genitori. Eppure la violenza e il terrorismo, sotto gli occhi di tutti, dovrebbero pur insegnare qualcosa, se NON FOSSE CHE ANCORA IN TANTI PENSANO CHE I BAMBINI NASCANO PIENI DI AGGRESSIVITÀ ED EGOISMO E CHE L'EDUCAZIONE SERVA AD 'ESTIRPARE' LA GRAMIGNA CHE ALLIGNA IN LORO...per la gioia di Marco, della moglie e del fratello che ci hanno dimostrato l'utilitá delle botte, delle umiliazioni e delle punizioni per 'forgiare' il carattere del 'piccolo tiranno' che tiranneggia i malcapitati di turno.
Ti dovresti vergognare.....giá ma come puoi se non conosci la tua personale, misera, storia infantile che 'giace' sotto 'strati di disociazione.
Chiudo con un inno alla violenza.....visto che il nostro Marco ne sente cosi tanto la mancanza :clap:


Patrizio,
la mia storia personale la conosco benissimo e non sono dissociato. Molto semplicemente, quando mi trovo di fronte a comportamenti che in coscienza ritengo sbagliati e pericolosi, ritengo mio preciso dovere intervenire, mettendoci la faccia e facendo la figura del cattivo ... credimi che sarebbe più comodo lasciar correre tutto, invece intervengo e mi assumo le mie responsabilità perchè non voglio che un comportamento sbagliato si consolidi in un'abitudine sbagliata.
Io ho una formazione giuridica e so bene che esiste un legittimo uso della forza nel nostro ordinamento, un uso necessario quando occorre contrastare e reprimere comportamenti pericolosi per l'armonioso svolgersi della vita civile.
Se un gruppo di teppisti inizia a compiere devastazioni in una città o in uno stadio, la celere interviene a manganellate, visto che con la CNV è difficile far si che smettano di mettere a ferro e fuoco tutto e tutti.
Quando qualcuno commette dei reati viene punito con la carcerazione, limitandone la libertà per 2 motivi: 1) la rieducazione; 2) la più o meno lunga esclusione dalla società per via della pericolosità dei suoi comportamenti.
Lo stesso vale per mio nipote: di fronte a comportamenti che denotano aggressività ed intento di ferire ritengo necessario (che non vuol dire piacevole) anche l'uso della forza. Se sua madre fosse un poco più determinata basterebbe poco...
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda mammadi4 » mercoledì 6 luglio 2016, 13:49

Caro Marco,
Non ti sembra quantomeno azzardato paragonare un bimbo di sei anni ad una banda di teppisti? Io non sono in grado di rispondere alle tue domande con argomenti esaurienti e dettagliati come hanno fatto altri prima di me, ma trovo assolutamente poco calzante il tuo paragone. Per un delinquente è essenziale metterlo in primis nella condizione di non nuocere, ma nei confronti di un bambino che esprime in modo disordinato i suoi bisogni si possono trovare strade alternative al carcere che è lo sgabuzzino!
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Effi B. » mercoledì 6 luglio 2016, 13:57

Come ti dicevo, Edukathor, tuo nipote usa in modo competente gli insulti che ci citi. Ma non perché intenda aggredire due donne in modo maschilista e sessista (sono piuttosto convinta che la connotazione del termine "troia" e il significato della parola "puttana" gli siano aliene). Al massimo avrà registrato e acquisito che sono parole che si riferiscono a femmine, ma più che altro il suo riproporle testimonia di un uso adulto cui ha assistito. Quel che è interessante, secondo me, è che lui l'uso appropriato dei termini l'ha imparato e quindi qualcuno gliel'ha insegnato. Mio figlio maggiore, nove anni, di quelle due parole non saprebbe che farsene, non le capirebbe, non le conosce. Quindi io, piuttosto che stigmatizzare questo perfido bambino che vuole ferire e offendere (in realtà io vedo un bambino arrabbiato che non sa come gestire un rifiuto e si ribella con rabbia imitando un comportamento maschile cui ha assistito), mi chiederei chi frequenta il bambino e come si comportano gli adulti intorno a lui. Mi pare di capire che non si tratta di modalità comunicative della tua famiglia, allora dove le ha sperimentate? Non credi che siano situazioni da cui un bambino vada protetto? Vedere un adulto che insulta in questo modo una donna è violenza passiva e la violenza passiva, come ben vedi, poi si traduce in violenza agita, nonché condiziona negativamente un armonioso sviluppo del rispetto dell'altro.

Un comportamento come quello di tuo nipote va capito. Non nel senso di assecondarlo, ma in quello di comprendere le ragioni per cui l'ha agito. Reprimerlo non gli insegna molto altro che il fatto che gli adulti hanno il potere, in nome della loro maggiore forza fisica, di chiudere qualcuno in uno sgabuzzino, allontanare, rifiutare. Gli insegna, come difatti l'ha insegnato a te, a chiudere qualcuno di più debole nello sgabuzzino. E, se anche tuo nipote, per paura dello sgabuzzino tuo o delle botte di suo padre, imparasse a non dire più le due parole in questione alla mamma e alla zia, non sono per niente convinta che gli avreste insegnato ad avere rispetto delle donne e a non insultarle. Insomma, non avrebbe di sicuro capito il punto della questione, ma solo che nella vita è bene evitare le punizioni di chi può permettersi di punire. Cosa che lo espone ad avere comportamenti inaccettabili quando è sufficientemente tranquillo sulla propria impunità.

Invocare il legittimo uso della forza contro un bambino che usa due parole imparate da qualche grande, quando quel grande, anche in presenza di testimoni non sarebbe veramente perseguibile mi fa sorridere amaramente. Che tu paragoni i comportamenti infantili di tuo nipote con altri adulti di tale gravità da avere valenza penale, anche mi sembra un paradosso poco utile e di vuota retorica.

Che cosa vuoi fare Edukathor? Sei davvero preoccupato per questo nipotino e vorresti trovare il modo migliore per aiutarlo a stare al mondo con gli altri più rispettosamente? Perché a me sembra che tu sia mosso da un forte impulso punitivo, che giustifichi in senso giustizialistico usando il presupposto non dimostrato che le botte e le punizioni siano educative. E, oltre a questo, che cosa cerchi qui tra noi che sai siamo contrari alle botte e alle punizioni, a cui il time out dell'asilo, già meno reclusorio e potenzialmente spaventoso per un bambino dello sgabuzzino di casa tua, non piace per niente? Ti confesso che sono curiosa di saperlo per capire se c'è qualcosa di utile per te che possiamo offrirti
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Edukathor » mercoledì 6 luglio 2016, 16:06

Gentile Effi,
innanzitutto grazie per la disamina dettagliata, ti dev’essere costata molto tempo ed impegno, mi dai una grossa mano nell’acquisire conoscenze utilissime! Io mi trovo di fronte al fallimento della pedagogia non violenta con mio nipote. Io non voglio contestare le scelte degli altri, dico solo che nel caso che conosco io i risultati sono penosi. Se per altri invece ha funzionato, sono contento per loro, fanno bene a crederci, saranno stati più bravi di mia cognata (o più fortunati, che ne so).
Io voglio solo capire e documentarmi perché io sono senza figli e sono molto affezionato a mio nipote, sono investito di un ruolo educativo e mi rendo conto di essere non del tutto preparato, a fronte di una serie di comportamenti e sviluppi di mio nipote che non mi lasciano tranquillo.
Se ne avete voglia, segnalatemi libri, articoli, forum, video su internet, e quant’altro mi può aiutare a capire come fare.
Io non sono mica Jack lo squartatore e non mi esalto di certo ad urlare e strattonare … ma nemmeno voglio passar sopra insulti, minacce ad altri bambini e similia.
Se mia cognata ha fatto flop con la pedagogia non violenta, magari c’è modo di rimediare ridefinendo il modo di educare in modo non violento con più precisione e cognizione … per ora si incarna solo in totale libertà di fare i comodi propri, nessun rispetto di chi si cura di lui e dei suoi coetanei … e questo non va!!
Io sono un esperto giuridico, non ho problemi a studiare e documentarmi, datemi qualche spunto e vedrete che mi faccio una cultura.
Di seguito trovate alcune affermazioni che non condividerete in pieno, ma servono a far capire chi sono e le mie motivazioni.

Parolacce
Il bambino usa insulti a forte connotazione sessista e maschilista – magari non ne conosce l’esatto significato, ma si percepisce bene l’intenzione di ferire ed offendere delle donne (sua mamma e mia moglie). Nel mio piccolo io fornisco consulenza giuridica gratuita a donne con problemi di uomini violenti in casa (tant’è vero che abbiamo per una decina di giorni ospitato un’amica di mia moglie che se n’è andata di casa in fretta e furia prima di finir male e non sapeva dove andare). Ebbene, nella violenza verbale di mio nipote trovo il precursore in età infantile del maschio violento. Siccome credo nella repressione senza se e senza ma della violenza sulle donne, di riflesso credo che anche il comportamento di mio nipote debba essere represso senza remore e tentennamenti.
I suoi cattivi comportamenti li voglio reprimere. Non mi interessano i motivi, io guardo le sue azioni esteriori e se le trovo errate intervengo per quanto di mia competenza … ed auspico che i genitori lo facciano prima e meglio di me.
“Vim vis repellere licet” dicevano i latini, ovvero che è legittimo l’uso della violenza per respingere la violenza.

Sputi e teorie milleriane
La maestra all’asilo intendeva dire che le teorie milleriane non gli vanno a genio, poiché le ritiene basate sull’assecondamento acritico della volontà del bambino e sull’assenza di regole e divieti. In questo senso collega la Miller agli sputi, in quanto secondo lei è un comportamento sintomatico di un’educazione del tipo “fai sempre quel che vuoi” che la mamma è dalla tua parte.

Cognata
Mia cognata è aiutata da me, mia moglie, da sua madre e dai miei suoceri. Nella gestione del bambino non è sola. Il problema comportamentale del bambino secondo me sta anche nel fatto che i nonni lo viziano troppo e non gli pongono alcuna regola, si limitano a portarlo fuori, comprargli gelati e giocattoli e via andare. Insomma: lo devastano di cure parentali inutili e non sono in grado di opporgli alcun rifiuto … tanto quando hanno finito accudirlo e di giocarci arriva la mamma dal lavoro stanca morta, se lo prende e se lo subisce lei, egoisticamente evitano di esporsi e fare la figura dei cattivi … comodo, tanto poi lo sopportano altri. Quindi: vizi e moine dei nonni + educazione “Miller style” voluta dalla mamma = bambino maleducato, violento ed insopportabile!! Bingo!!!

Io e mia moglie
Io e mia moglie collaboriamo nell’accudimento per senso del dovere verso la mamma. Lo sai, il senso del dovere è un possente meccanismo di default, che fornisce motivazioni a fare qualcosa quando non ci sono altre motivazioni più fondate.
Ho preso una serie di iniziative per gestire mio nipote quando me ne devo occupare:
-cerco il più possibile di portarlo fuori e di fargli fare attività fisica, così che quando lo riporto alla mamma è pieno di una stanchezza “sana” che lo fa crollare dal sonno e non crea problemi
-gli ho anche costruito in garage un sacco da boxe così che si può sfogare quando è brutto tempo, scaricando energie fisiche ed emotive (così si stanca meglio, si intontisce prima e non tormenta la mamma che ne ha già abbastanza del suo)
-lo tengo il più possibile lontano dalla televisione e dai giochini elettronici, che producono estraniamento ed isolamento (peccato che sua mamma esaudisca ogni sua richiesta di ammenicoli tecnologici)
Sono ben conscio del fatto che la gestione di quel bambino non è del tutto alla portata mia e di mia moglie, ma io sono fatto così: la mancanza del fucile non è un buon motivo per disertare la battaglia … e quindi si combatte, sempre!
In coscienza ho la mia concezione del “buono e giusto” e del “cattivo e sbagliato”. Per quanto è nella mia disponibilità incentivo ed incoraggio il buono e giusto e reprimo e stigmatizzo il cattivo e sbagliato.
Non ho problema a metterci la faccia ed a fare la figura del cattivo (a differenza dei nonni) … se sono convinto di quello che faccio tengo la posizione e pesto come un fabbro.

Visione pedagogica di mia cognata
Molto semplice: io e mia moglie con mia cognata siamo stati trasparenti: se hai bisogno di noi per gestire il bambino noi ci siamo, ti aiutiamo ma se a casa tua usi i tuoi metodi e le tue teorie, qui usiamo le nostre!! E noi non tolleriamo parolacce, bizze al momento di mangiare, camminate con le scarpe sul divano, richieste di guardare quello che vuole lui alla televisione, ecc. ecc. … siamo stati chiari.
Per correttezza gli riferiamo sempre com’è andata quando lo viene a riprendere. Se è tutto OK si complimenta con lui (giustissimo) … se si è mal comportato e lo abbiamo punito arrossisce, chiede scusa lei ma non interviene sanzionando (che non vuol dire automaticamente botte, esistono anche le prediche, il non andare a prendere il gelato, il niente cinema stasera, ecc. ecc.).

Uso della forza
Io ti dico solo una cosa: ieri sera avevamo in gestione il bambino, ad un certo punto si è messo di nuovo a dire che voleva guardare i cartoni animati. Gli ho detto di noi e lui si è preso il telecomando … subito, con voce fredda e non alterata gli ho detto: conto fino a 5, se non mi rendi il telecomando faccio come tuo papà quando hai detto “tr…” alla zia ed ho alzato la mano mimando lo schiaffo; ebbene: è impallidito, ha mollato il telecomando ed è rimasto seduto in silenzio una buona mezz’ora. Ovviamente non lo avrei mai percosso se non avesse lasciato il telecomando ma non mi sarei fatto alcun problema a strapparglielo di mano!!

Sostegno alla mamma
La mamma è secondo me ben sostenuta a livello organizzativo e logistico, per la gestione del bambino ha 6 persone a cui rivolgersi. Certo, il papà è via tutta la settimana e la mamma lavora, perché la pagnotta occorre portarla a casa, checchè se ne dica. Forse, visto il tipo di vita familiare, non era il caso di impostare un sistema pedagogico di tipo milleriano, che credo richieda una mamma pronta a rinunciare a qualsiasi realizzazione professionale per seguire la crescita del figlio. Insomma: non puoi implementare l’alto contatto se poi hai dinamiche familiari che richiedono l’alto “stoccaggio” presso nonni e zii.
Io ho un ottimo ricordo della mia infanzia: dai 3 anni in poi io e mia sorella vedevamo i genitori la mattina alle 7, prima di essere ritirati da mio zio che si occupava di noi. Mamma e papà li rivedevamo la sera dopo le 8, al ritorno dal lavoro. Ebbene, io e mia sorella siamo cresciuti benissimo così ma i miei genitori, correttamente, non si sono mai avventurati nell’alto contatto, quando ben sapevano che non era proponibile. Siamo stati stoccati tra scuola e casa dello zio almeno sino ai 10-12 anni e godiamo di ottima salute.
Mio nipote invece ha passato i primi 3 anni sempre attaccato alla mamma, poi il suo ritorno al lavoro ha mandato in tilt il sistema. Forse, era necessario:
-smettere con l’allattamento verso i 6 mesi come è prassi (o prima)
-mai e poi mai portarlo in fascia e men che meno farlo dormire in co-sleeping
-non scattare sull’attenti dopo 10 secondi di pianto
-cominciare a farlo accudire a noi (nonni e zii) già nei primi mesi di vita
… in questo modo si sarebbe creato un imprinting verso l’autonomia che sarebbe prezioso ora come ora.

Manifestazioni di frustrazione
Per non è un problema la manifestazione di frustrazione. Il problema sono i modi aggressivi e violenti. Se dicesse “questo e quello non mi vanno” io sarei pronto ad argomentare ed a spiegare con dovizia di particolari. Insulti e minacce col bastone NON passano con me e mia moglie!

Genitori violenti
Io non propagando la necessità di essere genitori violenti (del resto, con le mie poche conoscenze, aiuto per quanto possibile donne che hanno problemi di violenza domestica). Io dico solo che nella “cassetta degli strumenti educativi” ci sta bene anche la forza, ovviamente affiancata agli altri strumenti.
Mia suocera è guarita da una grave forma di tumore grazie ad una pesante chemioterapia che l’ha ridotta uno straccio per quasi 2 anni, ma ora sta bene ed è viva. Ecco il punto: per stroncare una malattia sono serviti farmaci pesantissimi che hanno prodotto della sofferenza, ma salvandogli la vita.
L’uso pedagogico della forza è questo: un farmaco pesante, da usare con cautela, ma senza escluderne l’uso per principio.
Grazie mille per l’aiuto che mi date!!



Effi B. ha scritto:Come ti dicevo, Edukathor, tuo nipote usa in modo competente gli insulti che ci citi. Ma non perché intenda aggredire due donne in modo maschilista e sessista (sono piuttosto convinta che la connotazione del termine "troia" e il significato della parola "puttana" gli siano aliene). Al massimo avrà registrato e acquisito che sono parole che si riferiscono a femmine, ma più che altro il suo riproporle testimonia di un uso adulto cui ha assistito. Quel che è interessante, secondo me, è che lui l'uso appropriato dei termini l'ha imparato e quindi qualcuno gliel'ha insegnato. Mio figlio maggiore, nove anni, di quelle due parole non saprebbe che farsene, non le capirebbe, non le conosce. Quindi io, piuttosto che stigmatizzare questo perfido bambino che vuole ferire e offendere (in realtà io vedo un bambino arrabbiato che non sa come gestire un rifiuto e si ribella con rabbia imitando un comportamento maschile cui ha assistito), mi chiederei chi frequenta il bambino e come si comportano gli adulti intorno a lui. Mi pare di capire che non si tratta di modalità comunicative della tua famiglia, allora dove le ha sperimentate? Non credi che siano situazioni da cui un bambino vada protetto? Vedere un adulto che insulta in questo modo una donna è violenza passiva e la violenza passiva, come ben vedi, poi si traduce in violenza agita, nonché condiziona negativamente un armonioso sviluppo del rispetto dell'altro.

Un comportamento come quello di tuo nipote va capito. Non nel senso di assecondarlo, ma in quello di comprendere le ragioni per cui l'ha agito. Reprimerlo non gli insegna molto altro che il fatto che gli adulti hanno il potere, in nome della loro maggiore forza fisica, di chiudere qualcuno in uno sgabuzzino, allontanare, rifiutare. Gli insegna, come difatti l'ha insegnato a te, a chiudere qualcuno di più debole nello sgabuzzino. E, se anche tuo nipote, per paura dello sgabuzzino tuo o delle botte di suo padre, imparasse a non dire più le due parole in questione alla mamma e alla zia, non sono per niente convinta che gli avreste insegnato ad avere rispetto delle donne e a non insultarle. Insomma, non avrebbe di sicuro capito il punto della questione, ma solo che nella vita è bene evitare le punizioni di chi può permettersi di punire. Cosa che lo espone ad avere comportamenti inaccettabili quando è sufficientemente tranquillo sulla propria impunità.

Invocare il legittimo uso della forza contro un bambino che usa due parole imparate da qualche grande, quando quel grande, anche in presenza di testimoni non sarebbe veramente perseguibile mi fa sorridere amaramente. Che tu paragoni i comportamenti infantili di tuo nipote con altri adulti di tale gravità da avere valenza penale, anche mi sembra un paradosso poco utile e di vuota retorica.

Che cosa vuoi fare Edukathor? Sei davvero preoccupato per questo nipotino e vorresti trovare il modo migliore per aiutarlo a stare al mondo con gli altri più rispettosamente? Perché a me sembra che tu sia mosso da un forte impulso punitivo, che giustifichi in senso giustizialistico usando il presupposto non dimostrato che le botte e le punizioni siano educative. E, oltre a questo, che cosa cerchi qui tra noi che sai siamo contrari alle botte e alle punizioni, a cui il time out dell'asilo, già meno reclusorio e potenzialmente spaventoso per un bambino dello sgabuzzino di casa tua, non piace per niente? Ti confesso che sono curiosa di saperlo per capire se c'è qualcosa di utile per te che possiamo offrirti
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda PATRIZIO LAMPARIELLO » mercoledì 6 luglio 2016, 19:43

Ciao Marco.
provo a rispondere a qualche tua obiezione e alla tua 'sete di conoscenze' in materia di 'educazione'. Innanzitutto vorrei sgombrare il campo da malintesi comuni sul significato di 'educazione'. Come saprai, educare deriva dal latino 'e-ducere' che significa 'condurre fuori'. Pertanto non c'è nulla da 'inculcare' al bambino; semmai ci sono delle potenzialità innate che chi si prende cura di lui dovrebbe 'tirare fuori'. Un bambino con un attaccamento sicuro, stanne certo, arriverà da solo a certe 'acquisizioni' poiché alla nascita è predisposto ad 'abilità relazionali' che una madre empatica saprà rendere effettive. Da quel che descrivi, secondo il mio punto di vista, il piccolo non ha un attaccamento sicuro, anche perchè mi sembra un bambino arrabbiato e ostile rispetto agli adulti di riferimento, ad incominciare dalla madre. I suoi bisogni di cure e rispecchiamento non sono soddisfatti: ecco perchè 'è in guerra' con tutti. E del resto, tu sarai certamente un ottimo zio, ma avere una madre(e un padre) lontani tutta la giornata per lavoro è una cosa che lui non può comprendere a motivo del suo naturale 'egocentrismo cognitivo'. Il fatto che la madre abbia espresso il desiderio di ispirarsi ad una pedagogia non violenta non vuol dire, automaticamente, che sia una madre 'affettivamente' responsiva ed in sintonia con il bambino.
Alice Miller, ha compreso sulla sua pelle e, attraverso le sofferenze dei suoi pazienti, che un'educazione violenta-per 'violenta' non si riferisce solo a violenze fisiche, ma soprattutto a fallimenti empatici da parte delle sue figure di riferimento- produce, a volte(non sempre, per fortuna!) dei mostri. Infatti, ha analizzato l'infanzia(non detta) di alcuni personaggi storici e ne ha messo in evidenza le 'ordinarie mostruosità' cui erano stati sottoposti. Un' infanzia, troppo frettolosamente, liquidata come 'felice e spensierata' dai biografi. Di questa autrice ti raccomando due volumi: 1) La persecuzione del bambino e 2) La rivolta del corpo.
Ma limitarsi ad Alice Miller significa mettere da parte tutta la ricerca sperimentale che ha messo in evidenza l'importanza del legame 'affettivo' tra madre e bambino quale fattore cruciale per lo sviluppo di una personalità adulta sana e armonica. Sto parlando della 'teoria dell'attaccamento' di John Bowlby, psicoanalista inglese. E' l'unica teoria psicologica scientifica poiché avallata da decine e decine di studi clinici e di laboratorio longitudinali che hanno avuto inizio dagli anni '60. Ogni essere umano(ma anche nei mammiferi non umani) nasce con la predisposizione innata a 'prendersi cura' del bambino(SMI dell'accudimento). Ovviamente nel bambino è attivo il SMI dell'attaccamento, cioè il cucciolo dell'uomo è alla ricerca di sostegno, aiuto, affetto e protezione da parte di chi si prende cura di lui. Il bambino deve sentirsi 'il benvenuto', 'accolto' e 'accettato'(affettivamente com-preso nelal relazione diadica) e per far questo c'è bisogno di una 'sintonizzazione affettiva' tra madre e bambino. Come vedi, la trita e ritrita affermazione secondo cui 'nessuno nasce imparato' in materia di genitorialità è del tutto fasulla: non si 'impara' il mestiere di genitore: SI E' MADRE E PADRE.
Edukathor ha scritto:Io voglio solo capire e documentarmi perché io sono senza figli e sono molto affezionato a mio nipote, sono investito di un ruolo educativo e mi rendo conto di essere non del tutto preparato, a fronte di una serie di comportamenti e sviluppi di mio nipote che non mi lasciano tranquillo.
Se ne avete voglia, segnalatemi libri, articoli, forum, video su internet, e quant’altro mi può aiutare a capire come fare.

Apprezzo davvero la tua voglia di 'capire' e a tal fine ti propongo alcuni libri e siti che potranno aiutarti:
1) J. Bowlby, Attaccamento e perdita vol I Boringhieri
2) " Una base sicura, Cortina
3) J. Holmes, La teoria dell'attaccamento, Cortina
4) Pallini, Psicologia dell'attaccamento, franco Angeli.
Ci sono tanti siti, ma il più conciso ed esaustivo è: Attaccamento.it
Se vai su youtube e digiti attaccamento, avrai solo da scegliere fra alcune brevi descrizioni del legame di attaccamento.
Ho un blog, che non seguo da un pò, ma che contiene alcuni articoli che potrebbero essere interessanti: Il comportamento di attaccamento (I,II); Perché si devono amare i bambini; Nella homepage di NTIS ci sono nomerosi articoli tra cui te ne segnalo uno scritto da me sul trauma.
Edukathor ha scritto:Se mia cognata ha fatto flop con la pedagogia non violenta, magari c’è modo di rimediare ridefinendo il modo di educare in modo non violento con più precisione e cognizione … per ora si incarna solo in totale libertà di fare i comodi propri, nessun rispetto di chi si cura di lui e dei suoi coetanei … e questo non va!!

Sono D'accordo con te. Il 'flop' c'è stato. Ma tutto è rimediabile per il bene di tutti, in primis il piccolo.
Edukathor ha scritto:Ebbene, nella violenza verbale di mio nipote trovo il precursore in età infantile del maschio violento. Siccome credo nella repressione senza se e senza ma della violenza sulle donne, di riflesso credo che anche il comportamento di mio nipote debba essere represso senza remore e tentennamenti.

Anche qui sono d'accordo con te: tuo nipote 'potrebbe'(ripeto potrebbe) diventare un adulto con un a personalità violenta o sociopatica. Ma il rimedio non sta nel 'reprimere con la forza' quelle che, forse, ritieni essere 'pulsioni innate'. Ma comprendere il 'perchè' di tanta rabbia in un bambino di sei anni.
Edukathor ha scritto:“Vim vis repellere licet” dicevano i latini, ovvero che è legittimo l’uso della violenza per respingere la violenza

Certo: con chi utilizza la violenza come 'stile di vita'(esempio l'Isis) non c'è modo di venire a compromessi...ma un bambino....dài Marco! Un bambino arrabbiato e 'prepotente' o 'capriccioso' è un bambino che già soffre per 'aspettative' non comprese né soddisfatte. Voler reprimere l'unico residuo emotivo che gli è rimasto(la rabbia) con altra rabbia non può che riprodurre 'in piccola scala' le 'guerre che gli adulti fanno tra loro'. Lavora con quella rabbia, vagli incontro, digli perchè è arrabbiato e che certamente lui 'sa' perchè lo è.
Edukathor ha scritto:La maestra all’asilo intendeva dire che le teorie milleriane non gli vanno a genio, poiché le ritiene basate sull’assecondamento acritico della volontà del bambino e sull’assenza di regole e divieti. In questo senso collega la Miller agli sputi, in quanto secondo lei è un comportamento sintomatico di un’educazione del tipo “fai sempre quel che vuoi” che la mamma è dalla tua parte.

Il piccolo non è stato fortunato nemmeno con la maestra. Certo che il bambino deve imparare alcune regole essenziali del vivere fra i suoi coetanei, ma fino a quando non fa esperienza del rispetto che gli altri hanno di se stesso,basato su relazioni empatiche e rispecchianti, le 'regole' che apprenderà saranno: il 'dominio ti rende forte', 'questa vita è una giungla: vince il più forte'. Insomma, mettiamoci in relazioni con i bambini, ascoltiamo i loro 'disagi' e le loro emozioni: impareremo di più sull'uomo e 'sull'essere' umani.
Edukathor ha scritto:Visione pedagogica di mia cognata

Le buone intenzioni di partenza di tua cognata non hanno trovato riscontro in un rapporto affettivo sintonico: come dire tra 'il dire e il fare'...c'è di mezzo l'affettività, se non c'è l'hai non te la puoi dare. Non credi?
Edukathor ha scritto:quando hai detto “tr…” alla zia ed ho alzato la mano mimando lo schiaffo; ebbene: è impallidito, ha mollato il telecomando ed è rimasto seduto in silenzio una buona mezz’ora. Ovviamente non lo avrei mai percosso se non avesse lasciato il telecomando ma non mi sarei fatto alcun problema a strapparglielo di mano!!

E' impallidito e spaventato. Certo: non lo avresti percosso. Mimare il gesto non risparmia il terrore. Non c'è nessuna lotta da combattere, c'è da comprendere i motivi profondi che lo rendono così 'odioso' e 'intrattabile': evidenti manifestazioni della aggressività repressa.
Edukathor ha scritto:Sostegno alla mamma
La mamma è secondo me ben sostenuta a livello organizzativo e logistico, per la gestione del bambino ha 6 persone a cui rivolgersi. Certo, il papà è via tutta la settimana e la mamma lavora, perché la pagnotta occorre portarla a casa, checchè se ne dica. Forse, visto il tipo di vita familiare, non era il caso di impostare un sistema pedagogico di tipo milleriano,

Si, a livello logistico, hai ragione. Ma a livello relazionale e affettivo, dopo il lavoro, come si relaziona la madre con il piccolo; magari è stanca e lo ignora, altro che 'milleriana'! L'incapacità di amare della madre non è una colpa: è una disgrazia che tu, caro Marco, devi evitare che si perpetui nel figlio e nelle generazioni successive. E' un compito arduo, ma non impossibile: solo l'ascolto empatico e la piena sintonia col bambino, riuscirà a fargli comprendere perchè è così 'ostile' con tutti.
Edukathor ha scritto:Io ho un ottimo ricordo della mia infanzia

Ti assicuro che vent'anni fa dicevo anch'io la stessa cosa: poi, con gran dolore, ho scoperto che non era così. naturalmente, non voglio dire che la tua infanzia sia stata 'nera' come la mia: magari è proprio come dici eppure...l'uso del potere su di un bambino per 'raddrizzarlo' potrebbe farti riflettere su alcuni fatti e episodi che non sono del tutto congruenti con i 'significati' che hai appreso.
Edukathor ha scritto:Mia suocera è guarita da una grave forma di tumore grazie ad una pesante chemioterapia che l’ha ridotta uno straccio per quasi 2 anni, ma ora sta bene ed è viva. Ecco il punto: per stroncare una malattia sono serviti farmaci pesantissimi che hanno prodotto della sofferenza, ma salvandogli la vita.
L’uso pedagogico della forza è questo: un farmaco pesante, da usare con cautela, ma senza escluderne l’uso per principio.

Sono felice per tua suocera, ma comprenderai che il paragone non si pone neppure se...non vuoi distruggere l'ultima 'forma di vitalità' che rimane a questo bambino: la rabbia dell'attaccamento.
Sai, ho letto di persone, malate terminale, che hanno confessato di non essere mai state più felici di quando erano state malate perchè finalmente avevano 'sentito di essere amate' ed 'essere un valore per gli altri. Vedi a cosa si deve arrivare pur di avere un minimo di affetto e vicinanza? Perché dovresti fare di questo bambino un bambino 'psichicamente morto?'
Se oltre alle istanze affettive frustrate, tu reprimi con la forza la naturale espressione della rabbia dell'attaccamento, che cosa ne sarà di questo bambino? Certo, mi dirai, che in tanti hanno subito lo stesso (mal)trattamento eppure sono 'sani'. Ma credi che lo siano davvero? Che davvero siano felici e integrati? Io no.
Infine l'utilizzo surrogato di giocattoli per 'compensare' un vuoto affettivo, non serve a nulla. Anzi, peggiora le cose: il bambino vuole e pretende(biologicamente e giustamente) considerazione.
[quote="Edukathor"]Grazie mille per l’aiuto che mi date!!
Ci mancherebbe altro: ognuno di noi fa quel che può per rendere l'uomo più 'umano' attraverso una 'rivoluzione bambinocentrica'.
Un saluto.
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Effi B. » giovedì 7 luglio 2016, 15:43

Non riesco a non intervenire in difesa di questa mamma di cui sappiamo troppo poco e verso la quale non mi sembra la visuale pedagogica del cognato permetta di trovare una comprensione impregiudicata. Siamo sicuri che si tratti di flop così disastroso? O che non sappia essere anche una buona madre, empatica pure e con una comprensione del bambino? Per il momento io non ho elementi per dire che la relazione tra lei e il piccolo sia così grave come mi sembra che Edukathor e anche Patrizio diano per scontato. Di certo è una madre che fatica a trovare una buona connessione e la situazione familiare e lavorativa non la aiutano. Certo la gestione del suo bambino è ripartita tra molte persone e non deve arrabattarsi per trovare chi la supplisca quando lavora, ma non mi pare che possa contare su una rete di sostegno in cui ci sia una buona comunicazione e condivisione rispetto all'educazione che vorrebbe dare a suo figlio. Sono sempre un po' allergica ai giudizi sommari emessi sui genitori dal di fuori e non posso non chiedere cautela.

Anche perché, da quel che Edukathor ci dice, questo bambino è in grado di comportarsi in modo da apparire adeguato anche ai suoi parametri: dice che a volte capita che la mamma arriva a prenderlo e il resoconto della giornata è positivo. Bene, questo, se vogliamo, può anche rassicurarci del fatto che suo nipote è un bambino che sa collaborare e essere di piacevole compagnia. Altre volte non va così. Dal mio punto di vista, per quel che so di bambini, non è così strano o preoccupante che un bambino sia nervoso e aggressivo quando viene limitato, a volte reattivo. Niente di strano che senta la lontananza della mamma e patisca i ritmi che gli vengono richiesti. Neppure strano che sia a volte esigente quanto alle cose materiali visto che viene abituato a compensare con oggetti e piccole gratificazioni costanti dai nonni per evitare di gestire reazioni faticose. Non sono tanto, o non solo, i continui acquisti, ma, da quel che capisco, il concedere per evitare reazioni. Questo dà al bambino un senso difficilmente spiegabile di precarietà perché percepisce che le persone adulte intorno a lui non sono serene, non hanno la forza di gestire le situazioni conflittuali, non sanno prendersi la responsabilità del limite che vorrebbero porre, che sentirebbero adeguato. I bambini in queste situazioni arrivano a saggiare sistematicamente il limite, ma non per trovarlo nelle intimidazioni o nelle botte, ma per cercare adulti responsabili che sappiano porsi con fermezza amorevole loro accanto, che sappiano resistere se loro, i bambini, si arrabbiano o piangono, o urlano. Per esperienza personale posso dire che, a essere fiduciosi e tranquilli delle proprie scelte, anche tante reazioni accese si placano prima e si ritrova prima il piacere di stare insieme. perché così si comunica ai bambini che le relazioni sono attenzione reciproca e collaborazione, vicinanza e presenza e non rapporti basati su schemi di affermazione del potere (quello del bambino di essere esigente, di autoaffermarsi in modo anche provocatorio, quello dell'adulto di essere violento, intimidatorio, ricattatorio...).

Forse questa mamma ha bisogno di potere stare di più col suo bambino e di non ritrovarlo esasperato per quanto ha vissuto lontano da lei (mai strano che con la mamma si facciano le cose peggiori e con lei si sfoghi tutto quello che è accaduto in sua assenza). La scuola, con una maestra che è convinta che Alice Miller insegna a lasciar fare ai bambini quel che gli pare e avversa le due cose come un tutt'uno grossolanamente impastato ad altri pregiudizi, come sarà? Me lo chiedo.

Lo zio che non sa che pesci pigliare e usa lo sgabuzzino e le minacce di botte, che in cuor suo vorrebbe poter rimediare con qualche manata ben piazzata o un po' di privazioni ben architettate certo vuole fare il meglio che può, ma non mi sembra il bene del bambino. Mi sembra anche che ci sia il forte rischio di mandare questo bambino in seria confusione, per non dire molto peggio, con tutte le contraddizioni che emergono nei diversi stili educativi che sperimenta. E non tanto perché ci debba essere sempre coerenza nella vita, anzi, ma perché non mi sembra che nessun atteggiamento colga davvero i suoi bisogni e lui finisca per non sentirsi connesso davvero a nessuno di coloro che lo accudiscono: una solitudine davvero penosa e fonte di sofferenza per un cuoricino di sei anni.

Le tue buone intenzioni, edukathor, io spero che ti portino ad approfondire altrimenti in che cosa può consistere un'educazione rispettosa. Di carattere divulgativo, io ti suggerisco due libri che sono nella nostra biblioteca: "Perché si devono amare i bambini" di Sue Gerhardt e "I vostri bambini hanno bisogno di voi" di Neufeld.

Quanto ai metodi che propugni, visto che più volte torni sulle tue competenze giurisprudenziali, non posso non ricordarti che, per quanto la nostra legislazione non abbia ancora introdotto delle norme che riguardano la violenza sui bambini anche in famiglia, abbiamo ratificato la Convenzione sui diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite dell'1989 e facciamo parte di una Comunità, quella Europea, il cui Consiglio ha sancito per gli Stati membri il dovere di sancire nella propria legislazione il divieto assoluto per le punizioni corporali sui bambini nel 2004. Abbiamo comunque più di una sentenza della Cassazione (che non ho bisogno di dire a te che hanno valenza di legge) che stabiliscono l'inammissibilità delle punizioni corporali in nome dello ius corrigendi. In particolare ti riporto uno stralcio di quella del 2005 in cui si condannano, non solo le violenze fisiche, ma anche quelle psicologiche (ti segnalo anche che, tra le azioni imputate nel caso in oggetto, si tratta anche del chiudere i bambini al buio nella propria stanza o in cantina, forse può interessarti):

È, infatti, culturalmente anacronistico e giuridicamente insostenibile un’interpretazione degli artt. 571 e 572 cod. pen. fondata sulle concezioni ideologiche espresse nella relazione al codice penale (come, ad es., la vis modica è mezzo di correzione lecito), proprie di una superata epoca storico sociale, impregnata di valori autoritari anche nelle strutture e nelle funzioni della famiglia. Va, per contro, ribadito che nell’ordinamento italiano, incentrato sulla Costituzione della Repubblica e qualificato dalle norme in materia di diritto di famiglia (introdotte dalla L. n. 151/1975) e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino (approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con L. n. 176/1991), il termine correzione,utilizzato dall’art. 571 c.p., va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamenteconformativi di ogni processo educativo. E poiché da tale processo va bandito ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo ed al risultato che il nostro ordinamento persegue, in coerenza con i valori di fondo assunti nella Costituzione della Repubblica, non può più ritenersilecito l’uso della violenza, fisica o psichica, sia pure distortamente finalizzato a scopi ritenuti educativi: ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale metaeducativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza e convivenza, utilizzandomezzi violenti e costrittivi che tali fini apertamente contraddicono. Con specifico riferimento alle espressioni linguistiche utilizzate nell’art. 571 cod. pen., va ancora precisato che la nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione non può ignorare l’evoluzione del concetto di abuso sul minore, che si è andato via via evolvendo e specificando nel tempo. Da una sorpassata e limitativa nozione di abuso, inteso come comportamento attivo dannoso sul piano fisico per bambino, l’attuale letteratura e clinica psicologica e psicopatologica qualificano come abuso anche le omissioni di cure e l’abuso psicologico, correlato allo sviluppo di numerosi e diversi disturbi psichiatrici.


Quanto alla correlazione direi meccanica che intravedi tra le due parole pronunciate da tuo nipote e il suo possibile futuro da aggressore delle donne, mi sento di dissentire. E' più probabile che lo rendano un uomo violento contro le donne le botte che vorresti dargli che il fatto che ha usato due parole che gli ha insegnato qualcuno di adulto. Ha sei anni e mezzo. Gli uomini violenti sono uomini che hanno subito violenza. Esistono moli di studi sull'argomento e, visto che ti sta così a cuore, forse puoi provare a approfondire. Si tratta di uomini che da bambini sono stati picchiati, umiliati, puniti. E questi metodi, lungi dall'essere di deterrente alla loro violenza di adulti, quella violenza l'hanno alimentata e la alimentano. Si tratta di uomini insicuri che cercano approvazione incondizionata, possesso dell'altro, controllo incondizionato sull'altro. Quanto hanno subito da piccoli non lo riescono a elaborare cresciuti e lo sfogano su soggetti più deboli, esattamente come più deboli erano loro bambini di fronte a chi era violento con loro.

Ti ringrazio per la risposta dettagliata e mi dispiace di non avere adesso il tempo per essere altrettanto accurata nel risponderti. Ho preferito toccare velocemente i punti che mi stavano più a cuore. Ma se riesco torno.
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Emy » lunedì 11 luglio 2016, 15:15

Sei in vacanza?
Si vede che hai più tempo....
Comunque é presto detto sai nel momento stesso in cui definisci un " esserci con il bambino " come un metodo sei destinato a fallire.
Perché puoi ritrovarti in certe idee ma poi avrai sempre bisogno di nutrire la relazione con la propria personale essenza, coscienza, spontaneità etc....
È quella parte che bisogna far crescere per poter davvero avere connessione con i propri figli...

Credo poi che questo bimbo sia cosciente del fatto che c'è stata una ingiustizia secondo lui.... Mi sembra un buon risultato....
Doveva stare in silenzio e non esprimersi? Incassare anche se non era d accordo? Non avere il parco e pure starsene zitto?
Non sono termini da usare e siamo tutti d accordo... Ma la consapevolezza dei termini adatti per esprimere il proprio sdegno é facile da acquisire..., la consapevolezza del rispetto del proprio spazio nel mondo invece è qualcosa di difficile da conquistare .
E che palle questa cultura in cui la mancanza di polso è la cosa più temibile....
Non è stressante? Devi sempre dare un risultato prima del tempo... Questa è una corrente educativa basata sull ascolto delle proprie sensazioni profonde, per insegnare ad essere persone adulte in modo abbastanza completo.
Perciò il risultato si può avere solo da adulti , e il risultato non lo puoi leggere con gli occhi dei valori di questa società che vogliono identificare le persone di valore solo in chi fa soldi o carriera....
Possono anche fare un lavoro normale ... Ma la grande differenza è che sono probabilmente profondamente felici....
con che scala di valori giudichi tu?
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Emy » lunedì 11 luglio 2016, 15:26

Ma cosa ne pensa tua moglie visto che uno dei due genitori sara imparentato per forza con lei ...
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Emy » lunedì 11 luglio 2016, 16:15

Tu parli della necessità dell uso della forza, ma capiamoci bene, l uso della forza è sopraffazione o determinazione?
C'è un mare è pure un oceano dietro.
E credo sia insito nelle tue cellule il fatto che nonviolenza dia dolce, debole e gentile , no nonviolenza é assertività che può essere espressa con gentilezza ma anche con molta determinazione, non mi cadere ancora in questo tranello culturale .
Emy
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Emy » lunedì 11 luglio 2016, 22:39

Non ti interessa perché lo fa...ecco la differenza fondamentale è tutta lì...davvero non lo aiuti a crescere, non lo aiuti a capire da dove gli viene il desiderio di fare quello che fa....
Sai... I bambini a volte fanno proprio così, non se ne rendono conto, introiettano un comportamento visto da altri, adulti o bambini, poi, vanno dall adulto di riferimento con cui hanno un legame affettivo e si sentono liberi di riproporre quel comportamento, magari in un momento di rabbia potrebbero implicitamente chiedere.... Cosa ne pensi di questo comportamento? Come ci si comporta di fronte a questo comportamento? Quali sentimenti suscita questo comportamento?
In realtà fanno da specchio anche agli adulti di riferimento riproponendo i comportamenti che non capiscono e di fronte ai quali non si sanno comportare....
Perciò sono molto importanti questi momenti per le relazioni del bambino con se stesso o con gli altri....
Gli si sta mostrando il comportamento che si deve adottare quando qualcun altro avrà quell atteggiamento....
Trovo pericolosissimo un atteggiamento cieco verso le ragioni dei gesti....
Ovvero non sto dicendo che ci sia una ragione razionale, ma una intenzione dietro c'è sempre, e di solito paradossalmente la ragione è di collaborazione e positiva: denunciare un comportamento che ha visto, che ha vissuto che ha visto nella società ...
Non ti viene in mente nulla della tua infanzia riguardo a questo?
Tra l altro stai pensando davvero che un bambino col sistema nervoso ancora in formazione sia in grado di dirti: signor zio reputo che mi sia stata fatta una ingiustizia ora praticherò il digiuno per protesta e scriverò una lettera al mio avvocato ;)
Voglio dire.... No ! Stai saltando completamente la natura dei bambini, gli stai richiedendo una capacità razionale che il suo cervello ancora non ha, e se questo è stato richiesto a te quando eri piccolo , ti posso assolutamente dire che era una violenza, si chiede ad un bambino di essere più adulto della media degli adulti in circolazione.
Bada, non vuol dire che non gli si può parlare, che non si possano fare ragionamenti, ma ci sono dei limiti, e costringere i bambini a razionalizzarsi fa male.
Fa male alla loro natura, lì si fa crescere prima del tempo...
Succede spesso ai bambini particolarmente intelligenti, già per loro natura tendono a razionalizzare per sentirsi più al sicuro dalla vita, se anche i genitori pretendono razionalità nelle emozioni, possono esserci grandi difficoltà poi per quel bambino per ritrovare se stesso, per ritrovare le sue emozioni, i valori in cui crede.
Quindi fai attenzione, tra l altro se non riesci a vedere questo basilare passaggio per la comprensione della natura umana, mi sa che è stato fatto anche a te.
Non hanno accettato le tue meravigliose assurdità .... Non ti hanno compreso quando facevi il matto.magari hanno represso, magari ti hanno solo trattato come un simpatico giullare che " si esprimeva" e non hanno mai davvero dialogato con te.
ma tra il reprimere e l accettare senza se e senza ma.... C'è tutta un fantastico arcobaleno di reaZioni, se nessuno te le ha insegnate, non vuol dire che non esistano.
Mi spiace che ti tocchi provocare
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda leviosa » martedì 15 novembre 2016, 11:18

mamma mia....io credo fermamente che il permissivismo fa danni allucinanti e questa ne é semplicemente la prova!!!Come é noto che l autoritarismo fa molti danni!!!qui le teorie pedagogiche della non violenza c entrano poco in quanto la non violenza non significa non educare!si educa con l esempio e con le punizioni che qui chiaramente non ci sono state.i bambini cercano i limiti se i genitori non li danno si arriva al punto che il bambino pensa di comondare i suoi genitori!allucinante!!!il bambino non deve essere ne sopra ne al pari ne troppo sotto di loro,giusto un gradino sotto che é quella giusta distanza di rispetto e di limite che si dovtebbe avere!l equilibrio é difficile ma qui siamo ben lontani e raggiunta l adolescenza i danni saranno maggiori e irrecuperabili!!!auguri!!!
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda leviosa » martedì 15 novembre 2016, 11:27

edukathor mi trovi molto d accordo sulle tue regole di casa,il rispetto delle regole é fondamentale!
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda romipor » martedì 15 novembre 2016, 16:16

Leviosa, ciao e benvenuta.
Mi scuso per la domanda ma posso sapere cosa ti ha spinto a venire in questo forum?
Le punizioni appartengono alla pedagogia nera.
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda PATRIZIO LAMPARIELLO » sabato 19 novembre 2016, 17:06

Ebbene si! C'è poco da obiettare. Il mondo in cui viviamo è a misura delle persone come Edukator e leviosa. Se a loro sta bene questo mondo... non c'è spazio per i bambini e le relazioni umane. Questi non hanno diritto di cittadinanza nel loro mondo. Laddove non ci sono relazioni non ci sono persone umane. Ma mi rendo conto che parlare di pedagogia nera è quanto di più incomprensibile per chi non è umano. Costoro non possono, non vogliono e non possono capire. Ecco. È semplice. L' errore è ritenerli umani. Noi con loro....che cosa ci entriamo?
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Re: Fallimento della pedagogia non violenta

Messaggioda Effi B. » sabato 19 novembre 2016, 22:52

Patrizio, siamo tutti umani. Abbiamo nature differenti, abbiamo fatto esperienze di vita diverse, pensiamo e sentiamo diversamente.

Noi qui siamo convinti che la violenza non sia mai educativa e ci ostiniamo a discutere con chi la pensa diversamente nella convinzione che un mondo in cui siano possibili relazioni rispettose e appaganti sia possibile. Anche a me incuriosisce, come a Romipor, quali siano le ragioni di chi nel nostro forum viene a scrivere che sostiene l'uso della violenza a scopi educativi. Sento che c'entro con loro, anche se non ne condivido le convinzioni, anche se non ho con loro la comunione di principi che ho con te.
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