Neurodiversità?

Re: Neurodiversità?

Messaggioda Helianthus » mercoledì 12 aprile 2017, 14:55

Ho seguito con attenzione questo thread ed ho riflettuto molto a riguardo, ho cercato di saperne di più leggendo su siti specializzati ma rimango comunque inesperta in questi argomenti. C'è qualcosa che mi sfugge. Mi sto chiedendo questo: quando posso sospettare che mio figlio abbia una neurodiversità? Quali sono i segnali che devono mettermi in allarme? A cosa devo fare attenzione? Quando posso affermare che alcuni atteggiamenti sono riconducibili ad una patologia e non a una peculiarità del suo carattere? O anche solo al suo divenire, alla sua inesperienza?
Perché più leggevo i vostri interventi più mi dicevo che anch'io sono così, che anche lui è così. Vorrei capirci di più. Anche nel mio caso molti (psicologi inclusi - su di me l’emdr non ha funzionato) hanno confermato che i miei pensieri non erano lineari ma contorti, anche mia madre mi ha sempre detto che non provo emozioni (ai suoi occhi e a quelli dei miei insegnanti risultavo stoica ma in realtà non dimostravo nulla a causa della mia estrema timidezza) eppure ho sempre pensato alla mia sensibilità come ad una caratteristica della mia personalità (a volte vantaggiosa, a volte no), come lo penso per mio figlio.
Leggendo il post di Emy sulla plusdotazione, invece ho riconosciuto molto di ciò che è mio figlio. Io credevo che la sua ipersensibilità fosse la causa, ma ora mi ritrovo a pensare invece che sia l’effetto di qualcos’altro.
Perciò sono andata a leggermi la differenza fra bambino brillante, talentuoso e plusdotato.

La definizione che ne dà Step-net è questa:
Il bambino brillante: conosce le risposte, è interessato, è attento, ha buone idee, lavora sodo, risponde alle domande, è il migliore del gruppo, ascolta con interesse, impara con facilità, diventa competente dopo 6 o 8 ripetizioni, comprende le idee, si diverte con i coetanei, coglie il significato, porta a termine i compiti, è ricettivo, riproduce con precisione, ama la scuola, assorbe le informazioni, è un buon tecnico, ha un’ottima memoria, ama le spiegazioni ordinate, è attento, è soddisfatto di imparare.
Il bambino plusdotato: pone domande, è estremamente curioso, è coinvolto mentalmente e fisicamente, ha idee strane e bizzarre, bighellona, ma nelle prove riesce bene, discute i dettagli, elabora, è al di là del gruppo, manifesta pareri e sentimenti molto forti, conosce già, diventa competente dopo 1 o 2 ripetizioni, costruisce astrazioni, preferisce gli adulti, trae inferenze, dà inizio a progetti, è appassionato, disegna cose nuove, ama imparare, manipola le informazioni, è un inventore, ha un’ottima memoria, gode della complessità, è un acuto osservatore, è estremamente autocritico, non sembra sufficientemente stimolato a scuola, fatica a socializzare con i coetanei, perde interesse ad imparare, ha un rendimento scolastico al di sotto delle sue potenzialità, mette continuamente in discussione l’autorità, manifesta problemi di comportamento, è troppo ansioso o impaziente, non vuole unirsi ai giochi degli altri bambini, è molto sensibile, ha una bassa autostima, è vittima di bullismo, non vuole più andare a scuola.

Ecco, stando a queste definizioni mio figlio è esattamente come raccontato nella seconda descrizione. Lui è in uno stato d’ansia perenne quando si tratta di dover andare a scuola (“mamma, lì mi annoio, non mi lasciano fare quello che mi viene in mente, i bambini fanno troppo rumore, urlano, mi stanno addosso, mi seguono, non mi lasciano in pace”), ma va volentieri se ci sono attività nuove per lui, ho dovuto sospendere le lezioni di basket perché piangeva fino ai conati di vomito, non tollerava il rumore in palestra, le urla, la confusione, le luci troppo forti per lui. Non tollera nemmeno gli sguardi di disapprovazione o di rimprovero, scoppia in pianto o si rintana in qualche angolo. La sua situazione ideale e rilassante è a casa dove può dedicarsi ai suoi progetti, vivrebbe di lavoretti e di invenzioni. Si definisce scienziato inventore ( ha chiamato i nostri pesci rossi “il destino del sole”, “marchingegno” e “roccia lunare”) E’ attratto dai libri intesi come manufatto, ne fa moltissimi, taglia e incolla fra loro molte pagine, fa i pop up, le finestrelle, inventa storie molto articolate, riempie ogni centimetro di carta con milioni di dettagli (a scuola non va forte sui disegni a tema perché tende ad arricchirli con altri pensieri suoi). Si costruisce da solo i suoi giocattoli, non c’è cosa che non abbia riprodotto in qualche maniera a modo suo. Dopo un paio di spiegazioni non accetta interferenze ("mamma vai via, io so già fare da solo" e in effetti è così). Il piglio da scienziato lo ha anche rispetto alle emozioni (“mamma, cosa sono le lacrime? Perché si piange quando si è tristi? E perché si piange quando si è felici?), spesso provoca delle reazioni per “studiarci” (“se faccio così diventi triste? E se faccio così ti arrabbi?) oppure si autoprocura il pianto per capire cosa succede (“no mamma, non asciugarmi le lacrime, voglio tenerle. Ne vuoi una anche tu?”). Ha un’eccellente memoria, sa esattamente dire dove si trovano le cose in mezzo alla confusione più estrema, è attento a particolari per noi superflui anche quando sembra assorto in altre cose. Fa un uso dell'immaginazione molto vivace. Parla nel sonno (lo faceva anche suo padre) e talvolta è sonnambulo. Contesta fortemente le autorità, è polemico e ama scegliere autonomamente le cose, spesso sceglie di uscire di casa vestito in modo per così dire, poco convenzionale. L’altro giorno era seguito in piazza da uno stuolo di bambini perché aveva addosso il costume di spiderman (“mamma, questi qui mi urlano che non posso vestirmi da spiderman perché non è carnevale. Ma perché non posso? Cosa vogliono da me?”). Ho dovuto spiegargli come difendere le proprie scelte, senza fare del male al prossimo ma capisco che talvolta l’originalità potrebbe metterlo in difficoltà. Inoltre è molto molto critico ed esigente con sé stesso, non sopporta le pressioni. Ogni errore che commette lo esaspera, esplode in accessi d’ira molto difficili da calmare (può andare avanti anche un paio d’ore flagellandosi e arrabbiandosi col mondo intero per aver colorato fuori dal segno o perché aiutandolo ho interpretato male le sue istruzioni). Non capisce come può essere buono qualcuno che brontola e non capisce come può essere cattivo qualcuno gentile che offre il gelato.
Ma io credo che alcuni di questi atteggiamenti sono dovuti al fatto che è ancora piccolo e altri al mio stile educativo, probabilmente. Non so quanto di quello che fa è comune fra i bambini della sua età e quanto no (6 anni fra poco), quindi se devo realmente preoccuparmi o no.
Scusate la mia lungaggine e se approfitto del thread di pioggiasottile, ma mi pareva il luogo giusto per parlare di diversità. Fatemi sapere se sono stata inopportuna.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda pioggiasottile » mercoledì 12 aprile 2017, 21:04

Infatti... entro una settimana mi ha fatto sapere, ma il buco è per metà maggio!
Un mese... forse devo fare i salti di gioia, ma non mi vengono...
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda pioggiasottile » mercoledì 12 aprile 2017, 21:14

Ecco Helianthus, scusa, non ti avevo vista... comunque mi sembrava strano che non intervenissi più!
Io, da quanto ho letto, un pensierino di neurodiversità almeno su tuo figlio me lo farei...
Ma non so nulla della sua età, il mio è troppo più piccolo...
Purtroppo devo già scappare ma mi spiaceva non rispondere almeno un poco.
Certo che non sei inopportuna!!!!!
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda romipor » mercoledì 12 aprile 2017, 21:42

Cara Heliantus
Premesso che non ne so davvero nulla sul tema (che mi è piombato addosso nell'ultimo mese) e che anche io come pioggia sottile ho un bimbo più piccolo per cui non solo non me ne intendo di plusdotazione ma neanche di bambini di 6 anni in generale, anche io andrei a fondo alla questione.
Insomma io penso che un bambino che a scuola si annoi sia, a prescindere dalle cause, un vero peccato. Emy come avrai letto sopra aveva dato in effetti delle indicazioni e altre le hai riportate tu stessa.
Però appunto essere diversi dagli altri è complicato. Perché anche se uno è nel giusto e 1000 sbagliano è facile che quell'unico si senta sbagliato..il racconto sul vestito di spider man mi sembra emblematico. Ha ragione Tuo figlio. Il punto è che le convenzioni sono sistemi astratti così come decidere di indicare il numero uno con un certo segno ovvero con 1. Il problema è che la convenzione si accetta e non si spiega. Chi non si chiede nulla aderisce e vive bene, chi se ne chiede il senso non lo troverà. Senza contare che ci sono 1000 cose che non dovrebbero interessare gli altri (parlo di adulti) perché non li riguardano, eppure... mi fa tenerezza il tuo bambino che ti chiede Questi che vogliono. Lo sento molto vicino.
Le domande tipo "se faccio così sei triste?" Me le fa anche M. Essere piccoli scienziati è in misura più o meno elevata nella natura dei bambini però mi pare (sempre da ignorante) che varrebbe la pena approfondire nel tuo caso anche per ridurre le alternative e capire cosa poter fare per aiutarlo a sviluppare le sue potenzialità invece che stare a scuola ad annoiarsi...insomma anche per sapere quale strategia adottare.. scusami ma ho scritto di getto. Non ti posso essere utile ma ti sono vicina
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda Helianthus » giovedì 13 aprile 2017, 15:11

Ecco, quello che mi chiedo è proprio questo: che cos'è una neurodiversità? E' come avere un sistema operativo differente oppure è il sistema operativo comune con delle instabilità di sistema? Per dirla con termini informatici. E' qualcosa di organico che si riflette sui comportamenti o è determinato da una serie di atteggiamenti atipici? Qualcosa che va curato o un modo d'essere? Perché credo che a livello neurologico ogni essere umano è comunque diverso dall'altro. Ho letto il termine neuroatipicità che mi pare forse più calzante. Quindi in che misura posso considerare mio figlio un neurodiverso o solo un bambino che per sua natura o per condizionamenti ambientali ed educativi ha delle caratteristiche peculiari che ne determinano la sua individualità? Le neuroatipicità, dalle più gravi alle più lievi, mi pare di capire, sono considerate patologie o funzionamenti neurologici inconsueti. Qualcosa che deve essere monitorato da specialisti.
Mio figlio vive in una realtà familiare complessa, è a contatto con persone complesse e fin dal suo primo vagito è sempre stato un bambino di non facile accudimento, ad altissimo bisogno. Io sono una madre che lavora tanto, che manca di casa per diverse ore, sono l'unica fonte di sostentamento della famiglia. A lui pesa? Si, molto. E me lo fa capire chiaramente quando la sera torno a casa, dalla modalità ipercoccole ("mamma sono innamorato di te") a quella iperbroncio ("mi cerco un'altra madre. Questa non mi va bene!"). Quando sono a casa lui è più tranquillo, fa le sue cose. Sorrido un po' quando mi dicono "tuo figlio è troppo attaccato a te, ha qualcosa che non va." bisogna capire il contesto. Lui cerca di colmare un vuoto e recuperare il tempo con me. Mi preoccuperei del contrario. Per noi era inevitabile fare cosleeping e allattamento prolungato, il contatto umano ci è necessario (fra una decina d'anni invece è molto probabile che io sia l'ultimo dei suoi pensieri, com'è giusto che sia). Per quanto riguarda l'aspetto educativo l'ho sempre incoraggiato ad elaborare un pensiero libero (ma è ancora troppo piccolo e facilmente influenzabile), l'ho stimolato tanto e fin da subito, specialmente dal punto di vista intellettivo e creativo. Io ho alle spalle studi artistici e ora faccio un lavoro molto tecnico al computer. Ha iniziato prestissimo a dipingere e a usare dispositivi elettronici. A settembre frequenterà una primaria libertaria ad ispirazione waldorf in cui si dà ampio spazio alle attività creative. Disegniamo molto insieme, gli ho insegnato ad osservare il tutto per arrivare al dettaglio (anche se poi lui ha scelto la strada opposta, dai dettagli arriva all'insieme) e solitamente non tralascia nulla, nemmeno le ombre proiettate o i riflessi o qualsiasi linea interna, anche la trama dei tessuti e le cuciture. E con i videogame va fortissimo, con una preferenza per i rompicapo (riesce a trovare soluzioni a cui nemmeno io arrivo). Ma tutto questo è frutto di una diversità neurologica o di un allenamento costante?
Quindi, escludendo le neurodiversità gravi ed evidenti che portano disagio a livello personale, familiare o sociale, in tutti gli altri casi fino a che punto è utile o lecito indagare, scandagliare, analizzare (con tutto ciò che ne consegue, tempi lunghi di attesa, colloqui, esami, analisi, costi, percorsi lunghi, con il bambino esposto a tutto ciò)? Quando c'è la reale necessità di indagare o semplice apprensione? Non c'è nessun giudizio o tono polemico in quello che mi sto chiedendo ma è un dubbio sincero.
Da quanto ho vissuto personalmente i casi "borderline", presso le strutture pubbliche, non vengono presi molto in considerazione perché non c'è nessun problema già palesato, ma solo il rischio. E' come per i codici bianchi al pronto soccorso, e lo trovo giusto.
Mio figlio si percepisce sicuramente diverso dai suoi coetanei e vedo gli sforzi che fa per amalgamarsi (ma deriva da una famiglia di orsi solitari, genitori, nonni e avi inclusi). Essere "fuori dal comune" è faticoso, ma penso che in qualche modo abbiamo tutti sperimentato la sensazione del pesce fuor d'acqua. Con me lui è già stato da uno psicoterapeuta familiare (un incontro di un'ora). In quella sede si analizzavano le dinamiche familiari, anche se temo che un'ora sia insufficiente per entrare nel dettaglio. Poi ho avuto un colloquio individuale (chiesto da me) con una neuropsichiatra infantile del consultorio, mentre lui giocava fuori in sala d'attesa. E' stata riconosciuta una situazione familiare complessa ma sono anche state dette delle cose di buon senso, il bambino è amato e non trascurato e questo conta molto. Il giorno precedente al secondo incontro insieme a mio figlio (dopo mesi di attesa dal primo) ho deciso di interrompere il percorso perché lui candidamente mi aveva chiesto "mamma perché mi porti dalla dottoressa per la testa? Ho qualcosa che non va? Sono diverso dagli altri?" e mi sono resa conto del rischio di farlo sentire io stessa diverso. Per me non è diverso. Per me è unico.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda esmeralda » giovedì 13 aprile 2017, 16:13

La "plus-dotazione" di un bambino piccolo è una faccenda molto delicata. Spesso si corre il rischio di "etichettare" come plus-dotato un bambino semplicemente precoce, o con interessi un po' insoliti. Credo che l'etichetta di plus-dotato sia una delle più faticose da portare per un bambino.
Il mio figlio maggiore poteva vagamente far pensare di esserlo. Non aveva particolari impacci sociali ma rientrava perfettamente nel ruolo giovane inventore e/o scienziato pazzo.
Crescendo si è ri-allineato via via con i suoi coetanei, resta sul versante "nerd", ma nulla che possa creargli problemi sociali. E' "un geniaccio" della matematica, pochi indovinelli riescono a resistergli, aggiusta le cose, ma non fa più nulla di bizzarro.
Noi genitori abbiamo molto deliberatamente deciso di non calcare la mano sulla sua "diversità": non abbiamo mai svalutato i suoi talenti ma ha seguito un percorso scolastico normalissimo, fa sport, vede amici e coltiva i suoi interessi scientifici in assoluta tranquillità.
Forse sarebbe ancor più geniaccio se avessimo pensato di stimolarne i talenti sin da piccolissimo, ma non vedo il costrutto di fare una cosa del genere. E di certo mi sembra più equilibrato così.
Io di geni creativi non mi intendo molto, ne so qualcosa solo di persone iper-talentuose nello sport. Campo in cui tra l'altro è molto più facile "misurare" la prestazione in modo oggettivo. E so che il campioncino precoce è un soggetto difficile da gestire e terribilmente a rischio di non portar a casa altro che frustrazioni.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda Helianthus » giovedì 13 aprile 2017, 16:43

Concordo con te Esmeralda. Mi sono rivolta individualmente a specialisti quando ho avuto dubbi ma ho scelto anch'io deliberatamente di tenere fuori lui. Lo affiderei ad un percorso di neuropsichiatria infantile solo nel caso in cui si evidenziassero disagi particolarmente bloccanti. In quell'occasione avevo contattato il consultorio perché mio figlio aveva incubi ricorrenti, tanto da farlo piangere prima di andare a letto, spaventato all'idea di sognare altre cose orribili. Ma nei sei mesi di attesa, fra una visita e l'altra, la cosa si era risolta da sola (più o meno è coinciso con il periodo in cui io e suo padre abbiamo ristabilito un approccio vagamente civile).
Anche in mio figlio riconosco una tendenza nerd, va bene così. Tutto sommato vedo che sta bene nella sua pelle, nonostante gli alti e bassi umorali. L'aver iniziato presto a farlo dipingere non è stato dettato dalla volontà di coltivare talenti precoci ma solo perché era una modalità di stare insieme che piaceva a tutti e due. Sono una schiappa nello sport ma penso che sarebbe stato lo stesso se avessi avuto quella passione. Probabilmente avrebbe iniziato a calciare il pallone a 1 anno, invece che a 5 inciampando in ogni dove.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda romipor » giovedì 13 aprile 2017, 17:00

cara Helianthus,
c'è sicuramente nel forum chi è molto più preparato di me sul punto però ci tengo a dire la mia. Ultimamente sto cercando molto di approfondire la questione per tutto quello che mi sta succedendo e i dubbi che mi ha sollevato.
Helianthus ha scritto:Ecco, quello che mi chiedo è proprio questo: che cos'è una neurodiversità? E' come avere un sistema operativo differente oppure è il sistema operativo comune con delle instabilità di sistema? Per dirla con termini informatici. E' qualcosa di organico che si riflette sui comportamenti o è determinato da una serie di atteggiamenti atipici? Qualcosa che va curato o un modo d'essere? Perché credo che a livello neurologico ogni essere umano è comunque diverso dall'altro

Secondo me la neurodiversità non è avere un sistema operativo diverso è avere uno o più programmi diversi (potrebbe essere anche la maggior parte così come uno solo). Judy singer, una sociologa australiana con la sindrome di Asperger ha coniato questo termine per abbracciare diverse "condizioni" che comprendono l'autismo, la stessa sindrome di Asperger (che secondo l'ultimo manuale diagnostico e statistico ricade nello spettro autistico), i disturbi dell'apprendimenti e via dicendo. In senso ampio anche maschi e femmine sono neurologicamente diversi. Non credo che sia un'instabilità di sistema anche perché non sempre ha connotazioni negative e disfunzionali. Anzi credo che i casi in cui è davvero disfunzionale siano meno di quelli che sembrano. Mi spiego meglio. Leggevo, su spunto anche di Emy, che gli stessi bambini plusdotati (gifted) incontrano molti problemi a scuola. Di certo però essere intelligenti o di talento non lo possiamo definire disabilità o instabilità di sistema. Il punto però è appunto che la scuola è fatta per la generalità (e talvolta purtroppo manco per quella ) per cui chi è diverso ci si trova male (perché si annoia, perché ha problemi dove gli altri non li hanno e viceversa, perché non viene capito etc). Insomma essere mancini è disfunzionale? Di fatto no. I mancini possono fare le stesse cose dei destrimani, ma se gli utensili sono pensati per questi ultimi si trovano in difficoltà. D'altro canto è anche vero che l'autismo ha una base genetica (anche se mi pare i geni non li hanno ancora individuati alla perfezione).
Helianthus ha scritto: Qualcosa che va curato o un modo d'essere?
la risposta da questa domanda dipende da molti fattori secondo me. Poniamo che sia un modo d'essere, come io in fondo credo che sia. Ciò non significa che non si possa crescere, che non si possa cercare di vincere le sfide nelle aree dove incontriamo delle difficoltà e che se abbiamo dei talenti particolari sia giusto coltivarli. Temple Grandin, autistica lei stessa, professoressa universitaria, non rinuncerebbe mai al suo autismo. Certo poi ci sono persone che hanno difficoltà ad essere indipendenti e autonome anche se adulte e sarebbe bello che ci fosse una "cura" per consentirgli una vita "normale".
Helianthus quel che dici che hai fatto con tuo figlio è molto bello. Non penso che sia strano che tu gli manchi quando non ci sei e penso che sia bello che tu gli abbia trasmesso o comunque abbia condiviso con lui le tue passioni.
Helianthus ha scritto:Quindi, escludendo le neurodiversità gravi ed evidenti che portano disagio a livello personale, familiare o sociale, in tutti gli altri casi fino a che punto è utile o lecito indagare, scandagliare, analizzare (con tutto ciò che ne consegue, tempi lunghi di attesa, colloqui, esami, analisi, costi, percorsi lunghi, con il bambino esposto a tutto ciò)? Quando c'è la reale necessità di indagare o semplice apprensione? Non c'è nessun giudizio o tono polemico in quello che mi sto chiedendo ma è un dubbio sincero.

Ecco io questa domanda la capisco bene e me la sono fatta anche io. Ti butto là la risposta che per il momento mi sono data, ma solo come punto di riflessione perché anche per me tutto è in divenire. Secondo me una valutazione può aiutare a capire meglio. A poter approfondire come e se intervenire diversamente. Io ti dico, sono arrivata a considerazioni su di me solo recentissimamente, leggendo il libro della Simone. Per me è stato un grandissimo sollievo. Ora ovvio, io sono adulta. Però c'è differenza tra aspettarsi che un bambino anche se non capisce ora, capirà quando crescerà e sapere che può capire anche ora ma glielo devi spiegare diversamente. In sostanza è il "processamento" che è diverso. Per cui con gli stessi dati hai risultati diversi. Se vuoi avere risultati uguali devi cambiare i dati.
Helianthus ha scritto:Da quanto ho vissuto personalmente i casi "borderline", presso le strutture pubbliche, non vengono presi molto in considerazione perché non c'è nessun problema già palesato, ma solo il rischio. E' come per i codici bianchi al pronto soccorso, e lo trovo giusto.

Che i casi borderline non siano considerati nella maggior parte dei casi è vero, ma se mi consenti non lo trovo per nulla giusto. è solo il rischio che si può evitare, quando sei al problema lo puoi solo risolvere. Se pure capisco bene che la priorità debba essere data a chi sta per morire credo che ciò non escluda che poi possa venire il turno di chi si sente solo stranito e che magari non ha la "fortuna" di avere quei sintomi così inequivocabili di pericolo immediato. Tanto è vero che poi ci sono persone morte dopo essere state anche al pronto soccorso per i motivi più banali, un mal di pancia, un comunissimo parto etc. Non voglio essere polemica nemmeno io. Davvero.
Heliantus ha scritto: Mio figlio si percepisce sicuramente diverso dai suoi coetanei e vedo gli sforzi che fa per amalgamarsi (ma deriva da una famiglia di orsi solitari, genitori, nonni e avi inclusi). Essere "fuori dal comune" è faticoso, ma penso che in qualche modo abbiamo tutti sperimentato la sensazione del pesce fuor d'acqua. Con me lui è già stato da uno psicoterapeuta familiare (un incontro di un'ora). In quella sede si analizzavano le dinamiche familiari, anche se temo che un'ora sia insufficiente per entrare nel dettaglio. Poi ho avuto un colloquio individuale (chiesto da me) con una neuropsichiatra infantile del consultorio, mentre lui giocava fuori in sala d'attesa. E' stata riconosciuta una situazione familiare complessa ma sono anche state dette delle cose di buon senso, il bambino è amato e non trascurato e questo conta molto. All'indomani del secondo incontro insieme a mio figlio (dopo mesi di attesa dal primo) ho deciso di interrompere il percorso perché lui candidamente mi aveva chiesto "mamma perché mi porti dalla dottoressa per la testa? Ho qualcosa che non va? Sono diverso dagli altri?" e mi sono resa conto del rischio di farlo sentire io stessa diverso. Per me non è diverso. Per me è unico.

Ecco, io che il tuo bambino, non saprei dirti esattamente perché, ma lo sento così vicino. Probabilmente avete avuto anche delle esperienze non proprio positive (se non ho capito male, al di là dell'interruzione per tua scelta, hai aspettato molto e saputo poco, insomma che era amato e non trascurato e che questo conta molto, penso lo sapessi già!). Ecco essere consapevole di quell'unicità (che poi per carità tutti sono unici, ma qualcuno è speciale) fa la differenza. Perché tutti questi sforzi per amalgamarsi ed essere chi non è gli gioveranno? insomma è importante per noi essere umani allenarci alle relazioni sociali, ma è anche importante essere fedeli alla nostra identità. Tutta questa fatica per far finta per essere come gli altri siamo sicuri che non porti a tradire noi stessi? Insomma tu non vuoi giustamente trasmettergli che lui sia "da curare", ma da qual che mi dici, ma magari non ho capito bene, lui strano e diverso si sente già. E comunque no. Non capita a tutti di sentirsi pesci fuor d'acqua quando dovresti essere nel "tuo" ambiente.
Però ecco magari andare a cavallo gli potrebbe giovare più di una seduta di psicoterapia...Non lo so.
Rileggendomi mi sento polemica e presuntuosa e ti giuro che non volevo. Spero che si capisca l'intenzione. Anche io sono in un momento di grandi interrogativi, grandi crisi e grandi difficoltà.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda Helianthus » giovedì 13 aprile 2017, 17:49

Come dicevo prima, non sono contraria in assoluto alle psicoterapie o all'aiuto di specialisti. Io stessa ho seguito un percorso psicoterapeutico personale ed un altro di supporto alle relazioni familiari (seguito individualmente per ragioni che in questa sede non spiegherò) durato qualche anno, a più riprese. Io partivo da un presupposto diverso: secondo me, le difficoltà di mio figlio non erano intrinseche ma indotte dall'ambiente in cui viveva, dalle relazioni familiari da aggiustare (ieri per la prima volta in sei anni mi ha chiesto di disegnare me, lui e suo padre insieme. Lui ancora non si autorizza a farlo ma mi ha usato come tramite). Con i vari terapisti ho sempre parlato molto di mio figlio e tutto sommato nessuno di loro ha insistito per portarlo ad analizzare, ma mi sono state date indicazioni utili su come osservarlo, come gestire la relazione con lui (poi molto ci ho messo del mio, eh). Nel mio caso c'è un piccolo ostacolo in più che è ottenere il consenso del padre ad intraprendere qualsiasi attività di questo tipo.
Ma quello che temevo maggiormente era proprio farlo sentire diverso. Ora è piccolo, non ha ancora ben chiaro chi è e che cosa vuole fare, per ora imita i compagni, ma più o meno tutti nella sua classe si imitano a sciame. Anzi, lui è quello che lancia le idee nuove, è quello che si veste da spiderman in quaresima ed è orgoglioso di poterlo fare ("mamma perché io posso farlo e loro no?").

Io non ho sentito toni polemici o di presunzione, le mie erano solo domande, non provocazioni. E mi hai fornito informazioni e notizie comunque utili. Ne terrò conto.

Sulla questione dei casi borderline mi sono espressa in maniera un po' approssimativa. E' chiaro e concordo con te quando dici che è giusto e doveroso ascoltare chiunque e fare prevenzione. Ma in uno stato d'emergenza costante, dove i tempi di attesa sono lunghi, le risorse sono poche, la richiesta è molta è necessario dare la precedenza a chi ha un problema più grave. Ho avuto a che fare con consultori, psicoterapisti e anche avvocati e purtroppo tutti mi confermano questo.
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda pioggiasottile » venerdì 14 aprile 2017, 21:39

Vediamo se riesco ad essere concisa.

Helianthus:
"che cos'è una neurodiversità? E' come avere un sistema operativo differente oppure è il sistema operativo comune con delle instabilità di sistema?"

Da quanto avevo capito io, figuratevi, si tratta di avere proprio hardware diversi.
Il cervello è fatto in modo differente, indipendentemente dalle influenze ambientali.
Poi sopra ci si mettono anche quelle, ma è proprio la base ad essere diversa.
Infatti gli psicofarmaci funzionano diversamente su neurotipici e neurodiversi (fonte: Aspergirls, Rudy Simone).

Helianthus:
"Le neuroatipicità, dalle più gravi alle più lievi, mi pare di capire, sono considerate patologie o funzionamenti neurologici inconsueti. Qualcosa che deve essere monitorato da specialisti."

A parte che non capisco che differenza ci sia tra dire "neurodiverso" o "neuroatipico" (in entrambi i casi si fa riferimento al fatto che l'individuo abbia caratteristiche poco frequenti rispetto al totale della popolazione, non sbagliate...), non tutte sono considerate patologie, la sindrome di Asperger non è più considerata tale. Che poi si voglia o meno monitorare la situazione, sono scelte personali o familiari. Ci torno dopo.

Helianthus:
"Ma tutto questo è frutto di una diversità neurologica o di un allenamento costante?"

Non voglio togliere nulla alle tue capacità di educatrice, da quello che scrivi sei molto attenta e sei riuscita a mantenere la serenità di tuo figlio in una situazione molto difficile (se sei la stessa che scriveva anni fa su un forum dedicato all'alimentazione, diciamo così, ricordo racconti di situazioni molto forti e di difficile gestione), però qui si tratta , appunto, di interessi e acquisizioni più o meno frequenti per l'età di tuo figlio.
Io non ne so nulla, ma nei testi di, per esempio, M Montessori (o di altri pedagogisti che hanno dedicato una vita a studiare i bimbi -tanti bimbi- e che credo avessero metodi educativi idonei a tirar fuori le loro potenzialità) quali sono le caratteristiche descritte per i sei anni?

Helianthus:
"mamma perché mi porti dalla dottoressa per la testa? Ho qualcosa che non va? Sono diverso dagli altri?"

Probabilmente dico una stupidata, ma le ultime due domande a me non sembrano uguali. Le risposte potrebbero essere no e sì, magari lui (che sa benissimo di essere diverso dagli altri) si sarebbe sentito sollevato a scoprire di non avere qualcosa che non va, ma, contemporaneamente, di avere ragione a sentirsi diverso.
(A me solleva il pensiero di poter essere Asperger, perché diversa mi ci sento. E mi ci fanno sentire -a ragione, forse- gli altri). Il fatto che in famiglia siete un po' tutti così non credo cambi la situazione. Siete tutti parenti, quindi autocorrelati!!!

Helianthus:
"Lo affiderei ad un percorso di neuropsichiatria infantile solo nel caso in cui si evidenziassero disagi particolarmente bloccanti. "

Ecco... può essere che i disagi bloccanti arrivino in età adolescenziale o anche dopo.
Allora sarebbe più difficile aiutarlo (questo l'ho capito anche dalla storia di katerpillar).
E concordo in toto con romipor :
"Secondo me una valutazione può aiutare a capire meglio. A poter approfondire come e se intervenire diversamente. [...] Però c'è differenza tra aspettarsi che un bambino anche se non capisce ora, capirà quando crescerà e sapere che può capire anche ora ma glielo devi spiegare diversamente. In sostanza è il "processamento" che è diverso. Per cui con gli stessi dati hai risultati diversi. Se vuoi avere risultati uguali devi cambiare i dati.
[...]
Tutta questa fatica per far finta per essere come gli altri siamo sicuri che non porti a tradire noi stessi? Insomma tu non vuoi giustamente trasmettergli che lui sia "da curare", ma da qual che mi dici, ma magari non ho capito bene, lui strano e diverso si sente già. E comunque no. Non capita a tutti di sentirsi pesci fuor d'acqua quando dovresti essere nel "tuo" ambiente. "

Se lui funziona diversamente dagli altri potrebbe essere utile dargli degli strumenti per comprendere meglio questi altri.
Ma non si tratta di consultori o psicoterapeuti... ma di professionisti con due palle così sull'argomento neurodiversità.
(Poi io non capito se la plusdotazione sia una neurodiversità, anche se per semplificare qui l'ho trattata insieme alla sindrome di Asperger, che però è la sola di cui so qualcosina)
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda Emy » martedì 18 aprile 2017, 13:44

Si se non sbaglio la Plusdotazione non è esattamente neuro diversità, è un funzionamento differente del cervello e non so se sia la stessa cosa
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Re: Neurodiversità?

Messaggioda katerpillar » venerdì 21 aprile 2017, 13:40

Non ho letto con attenzione i vostri bellissimi e lunghissimi scambi, però:

1. Spesso neurodiversità E plusdotazione sono associate
2. La neurodiversità è paragonabile a un sistema operativo diverso. Io ho usato, con le compagne di classe di mio figlio in prima (forse lo avrete letto) il paragone con una marca di cellulare poco diffusa: che funziona, ma diversamente dalle altre. Le compagne hanno agevolmente assimilato che 'xxxx ha un cervello diverso che funziona'
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