Il ricordo di uno schiaffo

Violenza, manipolazioni, ricatti psicologici, giudizi morali: troppo spesso si ricorre a simili forme di controllo e repressione nell’educazione dei bambini. Discutiamone insieme qui ogni volta che ci sembra di riconoscerle in libri, film, programmi televisivi, nel nostro comportamento o in quello di coloro con cui ci accade di confrontarci.

Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » martedì 18 ottobre 2016, 17:40

Salve a tutti, vorrei fare una domanda magari banale, ma che sento dentro da un po' di tempo e non sono mai riuscito a darle una risposta. Il fatto è che sono convinto che mia madre mi abbia preso a schiaffi quando ero piccolo ma non riesco a recuperare il ricordo. Ricordo che quando giocavo con mio fratello (che è più piccolo di me) spesso scatenavo un litigio solo per schiaffeggiarlo e farlo piangere. Mi sentivo uno schifo ma non capivo perché capitava, gliene davo la colpa (probabilmente come faceva mia madre con me). Oggi leggevo il libro di Alice Miller "Pictures of a childhood" e in fondo ci sono tutti i suoi dipinti. Uno di questi mi ha colpito e nella mia visione rappresenta una madre che lancia uno schiaffo verso il basso. Proverò anche a mettervi la foto, se riesco ma il punto è che non so come trovare il ricordo. Ho cercato su internet ma non ho trovato quali sintomi possono scaturire dallo schiaffeggiare un bambino. Questa è una delle parti che non ho ancora risolto e elaborato. Da qualche parte dentro di me credo sia legato al periodo in cui facevo i compiti controvoglia e volevo andare a giocare fuori. Non so perché ma mi riviene continuamente in mente una faccia che piange e mi ricordo che soffrivo un casino e lei mi trattava come una bestia, senza nessun tipo di dolcezza o comprensione, scattava e dava di testa, un po' come fa ora; io non ero mai libero di uscire con gli amichetti, ma venivo costretto a fare i compiti con metodi brutali. Mi strappava la pagina con violenza soltanto per il gusto di vedermi disperare e piangere perché mi ci sarebbe voluto tutto il pomeriggio a riscrivere tutto, poi mi errorizzava i giorni dopo minacciandomi di farmi ricapitare quello che era successo (per colpa mia che non facevo il mio dovere ovviamente), mi minacciava di non uscire più, mi diceva che "dovevo vergognarmi che mi avrebbero sentito tutti" anche i miei amici fuori sotto il balcone (e così era), mi urlava in faccia, chiamava mio padre per mettermi paura, era puro terrore e volontà di distruggere la mia anima. Sono convinto che da qualche parte dentro di me ho quel ricordo dello schiaffo ma è come se non riuscissi ad afferrarlo. Cosa posso fare? Qualcuno ha qualche idea? Qualcuno di voi ha avuto esperienze di schiaffeggiamenti? Cosa ha comportato per voi?
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Emy » martedì 18 ottobre 2016, 22:35

Cioè tu dici.. Se schiaffeggiavo mio fratello, qualcuno a me uno schiaffo me lo deve aver pur dato , anche se non ricordo....

Non so, a volte penso che l uso delle mani, dei morsi, sia qualcosa che un bimbo può trovare più veloce e immediato da fare, perciò semplicemente esprimono la rabbia dentro per un bimbo che ancora non ha padronanza delle parole.
Insomma non sono convinta che si dano schiaffi solo se si ricevono.
io credo che con tutto quello che vivevi...ne avevi da dare di schiaffi.
Non credi?
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » mercoledì 19 ottobre 2016, 17:16

Forse hai ragione. Non so perché ma non mi fa stare bene nemmeno a me questa ricerca ossessiva dei maltrattamenti che sto facendo su me stesso. Forse non è quello che dovrei fare e forse devo accettare il fatto che senza un aiuto esterno sarà difficile. Mia madre e mio padre mi hanno manipolato emotivamente e continuano a farlo per problemi loro, qui non ci piove. Ora da adulto ho staccato la mia vita da quella loro e ho ridotto tutto alla formalità. Anche se ancora non sono riuscito ad andare ad abitare per conto mio (cosa che vorrei fare urgentemente) perché ho perso il lavoro tengo i rapporti al minimo per evitare invasioni e consigli non richiesti, soluzioni esterne, bisogni esterni, modelli di vita ecc. Non credo abbiamo mai preso in considerazione la mia natura, questi sono modi di vivere imposti che ho odiato a lungo e ancora non riesco a levarmeli dalla testa del tutto. Ho dovuto tirare su un muro purtroppo, perché era l'unica cosa da fare, non lo capiranno se non da soli e dubito che lo faranno mai. Non ho più illusioni e nemmeno mi interesse più di averne. Mi rendo conto da solo che ho molto bisogno di comprensione, di un rapporto sano con una donna, di condividere serenamente pensieri, vita e sentimenti con qualcuno che non mi giudichi né mi metta sotto processo perché ho deviato dalla norma

Grazie per avermi risposto e della comprensione
Mirco
 
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Emy » mercoledì 19 ottobre 2016, 18:12

Sai approvo la tua idea di trovare sostegno, ma mica perché penso che hai problemi, ma perché trovo molto valido un terzo occhio esperto in grado di poter dare feedback e dirci quello che noi per forza di cose non riusciamo a vedere di noi stessi.
Il problema è che ci sono professionisti da mani nei capelli che non sono del tutto in grado di riuscire a vedere le persone con le loro stranezze, particolarità e pensieri.
Il non riuscire ad essere visti e accolti aldila dell apparenza è uno dei più grandi dolori dell esistenza, perché la nostra è una natura sociale e la primaria causa di infelicita è la scissione della nostra apparenza con ciò che sentiamo dentro ( anche se non sappiamo come siamo)
La manipolazione dei genitori è una violenza subdola e forse per questo molto dannosa, perché non è socialmente riconosciuta.
Il comportamento che avevi con tuo fratello è comune nei bambini, o meglio capita....
Il tuo bisogno di essere visto e amato era probabilmente molto forte probabilmente perché succedeva di rado e in questo modo forse riuscivi ad avere nel bene o nel male i tuoi genitori che ti guardavano... Certo a quale prezzo
Ma le strategie dei bambini non seguono logiche razionali.
E quale era la risposta?

Faccio il tifo per te, per il tuo ritrovarti, per il poter avere una grande fortuna a trovare una donna che possa bucare e vederti oltre.
Ci vuole davvero fortuna sai
E hai ragione, è impellente un lavoro , una casa, per mettere distanza a questo giogo che i genitori loro malgrado attuano.
Trovo ingiusto che esseri umani potenzialmente felici siano stati maciullati nell anima, e ce ne sono tanti, io stessa mi sono sentita così, da poco ho scoperto perché e centra il riscontro con una società giudicante , non accogliente, stereotipante ( non so se esista ) che non aiuta ad avere una adeguata immagine di sè.( oltre ad una famiglia che non protegge da tutto ciò)
Però fai attenzione ai tanti cammini , idee, in cui ti troverai, ce ne sono alcuni fondati su determinate idee che ti possono mandare in loop, non facendoti avanzare
Emy
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » mercoledì 19 ottobre 2016, 19:22

Ho deciso che prima di tutto devo trovarmi un lavoro perché voglio essere indipendente economicamente è poi cercherò qualcuno con cui fare un viaggio nel passato. No, non é piacevole infatti, sentire che vieni sempre aggirato e devi stare all'erta. É veramente triste e ancora oggi non riesce ad andarsene l'odio nel vedere che sono cosí indifferenti alla vita e alle sofferenze. Di fatto io non li conosco, non so chi sono, non hanno mai saputo costruire un dialogo sano, autentico e chiaro con me, senza finire per farmi reagire con la rabbia e uscire con la faccia pulita accusandomi di essere asociale e scorbutico. Se per caso provo ad aprirmi con loro cercano subito di entrare con la forza nella mia vita pretendendo di capirmi piú di me stesso. Veramente delle volte mi viene da piangere perché non voglio fare la fine del sorcio e non riuscire ad avere una vita mia, vorrei solo una compagna che mi ama. Per i figli non lo so ma al momento per me trovare una donna che mi comprenda e con cui poter parlare sinceramente senza essere sminuito, deriso, giudicato, fatto sentire inadeguato, un fallito ecc sarebbe un grande sogno per me. Non faccio piú sogni irrealizzabili ma non chiedo molto alla vita, anche se so com'é il mondo

Grazie dell'ascolto e di avermi dedicato il tuo tempo
Un grandissimo abbraccio
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » giovedì 20 ottobre 2016, 14:11

oh, Mirco, provo una grande pena per il te bambino che vive i suoi pomeriggi nel terrore della rabbia della mamma, sottoposto alla sua aggressività, umiliato, respinto!

Non ricordi le botte, dici, ma in un certo senso le senti. Che dirti? Noi non possiamo sapere se la violenza che hai conosciuto è stata anche fisica. Certo era psicologica, certo ti distruggeva dentro e non ti permetteva di sentirti visto per quello che eri e amato. Pensando alla cultura pedagogica in cui siamo cresciuti e siamo tutt'ora, le botte sono davvero frequenti. Sono sculacciate, sono schiaffi sul viso, ma anche schiaffetti alle mani, strette di spalle o di polsi, strattonamenti. Tutto questo è violenza fisica, violazione dell'integrità del corpo e quindi dell'integrità personale. Se poi viene da coloro verso i quali hai delle istintive aspettative di amore e accudimento, cui sei legato da amore incondizionato e dipendenza, la violenza è ancora più deflagrante.

E' vero che l'espressione delle emozioni col corpo, anche con le botte, è normale tra i bambini. Quello che mi fa pensare è il tuo dirci che cercavi con la provocazione di avere pretesto per colpire tuo fratello, come dire che la violenza non arrivava come conseguenza di uno scambio inceppato, di un conflitto non gestito, ma era il fine di quella situazione relazionale. Questo andrebbe indagato e capisco che ti turbi.

Lo farai, promettitelo: ci sarà un momento, che io ti auguro arrivi presto, in cui potrai cercare e trovare qualcuno che ti aiuti competentemente per compiere il tuo viaggio a ritroso. A ritroso e però anche verso di te, che meriti di sentirti visto e di vederti più nitidamente.

Ma i tuoi genitori, con cui vivi, che cosa vedono di te in questo momento? Che cosa succede tra voi?
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » giovedì 20 ottobre 2016, 19:44

Esatto, quello che cercavo di dire era proprio quello. Il fatto che mi ricordo bene che a volte cercavo un pretesto. Per questo ho pensato ad una coazione a ripetere. In casa mia i rapporti con i miei sono prevalentemente di facciata e impostati sul senso del dovere. Non mi ricordo di aver mai parlato di sentimenti, di sofferenze e quando capitava ero io a farmi un problema, perché dovevo mostrare la facciata di bambino cresciuto bene, solare, senza debolezze (e molto altro). Ogni volta che stavo male la colpa era mia o ero io che mi facevo il problema. Mia madre si comportava così e la gran parte delle volte mio padre stava a guardare. Poi io mi arrabbiavo e mio padre dava torto a me e difendeva mia madre. Mio padre non mi ha mai difeso da lei. Ero costretto a farmi maltrattare pesantemente, perché lui cominciasse a dirle qualcosa ma era sempre in tono accondiscentente, tipo "dai, adesso basta..." mentre io se osavo alzare la voce con me aveva un comportamento ben diverso. Mi ricordo ancora di un giorno che non potendone più le ho risposto con un insulto e lui mi ha fatto un urlo che non so nemmeno da dove uscisse. Anche se sto male faccio finta di niente per non essere invaso perché loro credono di dover intervenire su di me. Sto cercando di risolvere i miei problemi da solo ma allo stesso tempo sento che ho bisogno di qualcuno con cui parlare e che è in grado di accettare quello che dico, senza che io debba cercare di convincerlo di quello che dico o di farmi credere o trovare prove a sostegno. Ho capito alla fine che non c'è prova che sia valida per chi non è disposto ad accogliere la verità, perciò me ne sono fatto una ragione e le cose vanno avanti così. Non c'è cosa peggiore per me di non essere creduto, preso sul serio. Ho dubitato della mia verità fino a che non ho letto Alice Miller. Dopo aver letto i suoi libri, aver trovato finalmente una persona che mi diceva che quello che sentivo era vero e aver passato un periodo di tempo abbastanza lungo in cui cercavo disperatamente di convincere i miei genitori che quello che dicevo era vero e gli portavo delle prove loro mettevano in dubbio a priori il suo pensiero e mi dicevano e mi dicono ancora "e questa chi è? Cos'ha la verità? E' solo una sua opinione! Non credere al primo che passa!". Questo ovviamente senza aver studiato nulla e dopo ripetuti miei incitamenti a leggere i suoi libri. Dopo un lungo periodo di rabbia ho finito per accettare il fatto che se loro non vogliono risolvere i loro problemi personali che facciano come gli pare. Ho rinunciato a parlare perché a casa mia tutto è finto, meccanizzato, ripetitivo, non deve cambiare nulla e se succede deve avvenire molto lentamente perché sennò chissà cosa succede... non ho mai sentito i miei genitori come sono realmente perché prendono le distanze da sé stessi e quindi da me. Non so che sofferenze hanno dentro perché con me non ne hanno mai parlato. Mio padre è un uomo chiuso, distante e anche se mi ricordo le volte che giocava con noi da bambini altro non so dire su di lui. Mia madre è priva di empatia, come se temesse i rapporti umani, è rigida, autoritaria e contemporaneamente insicura all'eccesso, e anche altre cose. Ha problemi irrisolti con i rispettivi genitori (che la maltrattavano ma che lei ancora salva) e riversa la sua rabbia e il suo odio sulla famiglia. Io sono cresciuto sotto le sue provocazioni, sotto il suo terrore e le sue perversioni, alternate a qualche sporadica giornata in cui tutto sembrava cambiato e invece naturalmente non cambiava e non cambia mai nulla. Le volte che c'è lei a cena (ma anche negli altri momenti della giornata) di solito litighiamo tutti contro tutti e di solito è lei che fomenta. Se sei neutro cerca di tirarti dentro la lite. Se c'è mio padre soltanto di solito si sta tutti zitti e questo non è che mi turbi molto, ma per mantenere le apparenze, quando ci si sforza di parlare assieme di solito ci si innervosisce e si litiga e ognuno cerca di imporre la propria ragione, così spesso sto in silenzio, mangio con la rabbia e me ne vado in camera. E' lo stesso copione tutti i giorni. Mi ricordo che da piccolo venivo portato a forza nei posti che loro avevano scelto. Odiavo le domeniche e le feste perché bisognava andare da qualche parte o stare coi parenti, oppure andare in viaggio. Di solito i giorni dopo le feste mi veniva la febbre o il virus intestinale. Durante i viaggi vomitavo sempre. Non dò interpretazioni di questi fenomeni perché penso che possiate capire quale fosse il motivo. Di solito i miei litigano, soprattutto a tavola c'è sempre un'atmosfera di invettive, insulti, disprezzi, rabbie personali ma nonostante tutto va bene così. Sembrano svuotati, mantengono le apparenze e la loro vita va avanti così, anche se è triste non vogliono accorgersene o preferiscono andare avanti facendo finta che tutto va bene e che non c'è nessun problema. D'altra parte io ho smesso di cercare di convincerli che non è vero dato che non posso fare altrimenti e perché prima sono io ad aver bisogno. Prima vengo io. Credo di essere stato il loro bidone perché mi sentivo rifiutato (questo ci ho messo molto ad ammetterlo e ancora oggi fatico ad accettarlo), scartato, messo da parte. Mi ricordo che mi sentivo sempre solo. Mi ricordo che ero pieno di odio per l'impotenza e mi ricordo che piangevo di nascosto la sera, quando mi alzavo dal tavolo dopo che per l'ennesima volta ero stato coinvolto in un litigio e andavo in camera mia. Avevo spesso l'influenza, vomito, diarrea ecc e per lungo tempo ho creduto fossero frutto del caso. Oggi posso dimostrare che l'origine di tutti quei disturbi erano i rapporti malati con i miei genitori (soprattutto con mia madre) per questo è stata una motivazione in più a farmi decidere per il distacco affettivo. Oggi, ogni volta che provo a riallacciare i rapporti con loro, come con chiunque altro che gli somiglia, la mia reazione corporea è immediata. Oggi sono consapevole di quello che mi accade dentro e posso evitare di stare male di nuovo ma i momenti terribili che ho vissuto li ho ancora impressi in mente. Mi ricordo che mia madre non sopportava di non vedermi lavorare, produrre, di non fare niente e mi minacciava dicendomi che mi sarebbe arrivata la lettera del militare e che mi avrebbero messo in riga, alludendo ai maltrattamenti, alle punizioni e soprattutto alle umiliazioni ben conosciute in quegli ambienti. CI godeva a vedermi sottomesso con la paura e le umiliazioni e credo che non fosse altro che odio. Avevo un mondo tutto mio in cui credevo sarei stato felice per sempre e in cui nessuno avrebbe mai potuto venirmi a prendere. Mi ci sono rifugiato per oltre quindici anni e di conseguenza ho perduto molto tempo per crescere come sarebbe stato mio diritto. Ho avuto paura del mondo per un periodo di tempo molto lungo e alla fine sono accadute delle cose che hanno iniziato a farmi riflettere. Poi ho scoperto Alice Miller e le cose sono cambiate perché improvvisamente ho sentito che tutto quello che avevo dentro era vero e che non avevo più bisogno di negarlo. Ora sto cercando di fare passi avanti e di recuperare non dico il tempo perduto (che non si può recuperare) ma almeno la dignità e una vita dignitosa. Non posso dire che non odio i miei genitori per quello che mi hanno fatto ma al momento verso di loro sento la mia più totale indifferenza che credo sia sia sviluppata dopo quest'odio prolungato e non mi sento più colpevole dei loro atti. La mia vita sta ricominciando solo ora a rialzarsi ed è solo perché ho avuto fortuna, altrimenti chissà chi sarei adesso. Non mi viene più da piangere, non so se è un male ma non piango da un'infinità di tempo. A volte credo sia una reazione di rifiuto, altre volte ho paura di non avere sentimenti. Ma il più delle volte l'indifferenza predomina sul mio stato generale. Mi vergogno molto delle crudeltà e delle perversioni sepolte dentro di me, anche se so non essere mie. Sento spesso di essere una persona di merda, che nessuno vorrà, che non interesserà a nessuno, la cui esistenza non ha utilità. Erano le cose che mi diceva sempre mia mamma quando ero piccolo e se non facevo quello che a lei stava bene; credo di avere imparato molto presto a sentirmi così.
Tutto sommato non ho la minima idea di cosa pensino di me attualmente. Forse si domandano qualcosa ma ho imparato a fregarmene. Io so di avere diritto a sentirmi come mi sento nei loro confronti. Loro credono più al telegiornale che a me. Per loro io sono solo un idiota che dà problemi e che non funziona. Io sono un ingranaggio rotto del loro sistema, non credo ad altro sinceramente, non credo che a loro interessi la verità. Dentro di me sento che non mi interessa nulla, non so se è un male. Per me hanno continuano a fregarsene come hanno sempre fatto. Non li ho mai visti leggere i libri che gli ho consigliato, credo che pensino ancora che sia io il problema. Ripeto: non è un discorso di uno che fa le cose apposta. Per me è il modo migliore per difendermi in questo momento perché non ho più intenzione di prendere parte alla recita. Ho molta sfiducia verso gli altri, le mie relazioni sono compromesse e faccio fatica ad avere un approccio con una donna senza pensare che voglia usarmi, manipolarmi, fregarmi in qualche modo e credo che questo influirà pesantemente sulla mia vita sentimentale, anche se ci sto lavorando su. Per quanto riguarda gli uomini le cose vanno un pochino meglio ma non si discostano molto. DI fatto non ho molta fiducia negli altri. Da un lato questo mi avvantaggia nei confronti dei malintenzionati ma dall'altro mi penalizza nei confronti delle persone amorevoli. Ultimamente ho imparato a riconoscere meglio le persone di cui posso fidarmi ma ancora devo fare esperienze e non credo di avere tutto il tempo di questo mondo. Spero almeno di trovare una donna che mi sia amica e un lavoro. Non so cos'altro dire. A volte vorrei avere un bambino per potergli dare un po' d'amore ma poi ricordo chi sono e tutto mi passa perché non vorrei mai rifargli quello che ho subìto e delle volte provo un senso di disperazione pensando che nel mondo forse la donna che cerco non esiste e mi devo adattare a una che in fondo non mi interessa. Ma io non voglio e non lo vorrò mai. Meglio solo, mi dico
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » venerdì 21 ottobre 2016, 8:28

Mirco, ti ho letto e ho provato a immaginare il quotidiano logorio emotivo della tua vita familiare. Mi avvilisce profondamente pensarci, mi stringe lo stomaco. Mi pare di sentire il tuo dolore e la rabbia che produce, la frustrazione amara dei tuoi tentativi di entrare in contatto, di avviare uno scambio, di chiedere di essere visto e capito per quello che sei. Nel sistema che ci descrivi mi sembra quasi inevitabile che tu sia stato sentito come una minaccia, un elemento del sistema che chiede un cambiamento e va ridimensionato. Si proteggono i tuoi genitori, non è detto che non ti vogliano bene come possono volertene, che non siano preoccupati per te. Certo le loro risorse, da quello che leggo, non sono sufficienti a rispondere ai tuoi bisogni: non sanno vederli e non possono rispondervi. Almeno allo stato attuale e forse così sarà sempre. E succede sai? Tanti qui possono testimoniartelo.

Quello che conta secondo me adesso per te, che deve contare, sei tu. E tu stesso lo senti e lo scrivi. Capisco che un'esperienza di accudimento simile ha minato la tua fiducia nella possibilità di costruire un buon attaccamento con le persone e tieni conto che il tuo bisogno di rassicurazione e cura sarà probabilmente maggiore di quello di chi l'ha avuto appagato precocemente e nel tempo. Cosa che io credo accresca le aspettative con cui tu ti avvicini alle altre persone cercando delle relazioni appaganti. Questo rischia di farti sentire ancora più solo. E' così?

Se vuoi puoi raccontare qui ciò che provi e che vuoi condividere della tua storia, puoi avere il nostro ascolto. Ma hai dentro un dolore grande, noi non siamo professionisti e siamo oltre uno schermo. So che è meglio di niente, so quanto a me ha fatto bene, ma so anche quanto sono necessarie le persone che si hanno intorno, quelle che si possono vedere e che possono sentire il suono della nostra voce. Lo so che senza lavoro è difficile pensare di rivolgersi a qualcuno che ti accompagni in questo percorso. Non so come sono i servizi a tua disposizione dove vivi, né che professionisti ci lavorano. Ti sei informato? I tuoi genitori potrebbero aiutarti? Potrebbero accettare che tu abbia bisogno di un po' di aiuto per trovare un nuovo equilibrio? Per te sarebbe umiliante? Spero le mie domande non ti siano moleste. Sono molto amareggiata di saperti così solo.
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » venerdì 21 ottobre 2016, 15:15

Capisco che un'esperienza di accudimento simile ha minato la tua fiducia nella possibilità di costruire un buon attaccamento con le persone e tieni conto che il tuo bisogno di rassicurazione e cura sarà probabilmente maggiore di quello di chi l'ha avuto appagato precocemente e nel tempo. Cosa che io credo accresca le aspettative con cui tu ti avvicini alle altre persone cercando delle relazioni appaganti. Questo rischia di farti sentire ancora più solo. E' così?


Diciamo che sono molto sfiduciato e non mi aspetto nulla da una donna, questo quando ragiono. Ma se mi capita di incontrare una donna che sento adatta a me si, mi carico di aspettative. Cerco in lei un rapporto profondo, cerco una donna mentalmente matura che è in grado di amarmi per quello che sono, non che mi condizioni ad essere qualcun altro, che anche se dovessi avere una gamba o un occhio solo mi amasse, non so se riesco a farmi capire. Dentro di me so che è qualcosa di impossibile. Chi mai potrebbe amare in questo modo? Io porto dentro di me, continuamente un senso di fatalità che riemerge spesso dicendomi: non avrai mai quello che cerchi, non esiste qualcuno che è in grado di amarti, non esistono madri adulte disposte a trattarti come un uomo e non come un bambino, che ti accolgano, con cui poter parlare di ogni cosa, ecc è come se una parte di me cercasse di lasciare morire la speranza. Con i maschi questo non mi capita.
Non so se è indicativo ma io all'idea di abbracciare mia madre e mio padre provo un senso di rifiuto, mi mette in imbarazzo, non riesco nemmeno a pensarlo senza provare un senso di inadeguatezza, non farei mai una cosa del genere. Non ricordo gesti di calore corporeo, a parte mia madre qualche volta, ma che io rifiutavo sistematicamente perché ipocriti. Un abbraccio con loro mi sembra un atto ridicolo e mi fa orrore pensare questa cosa, non riesco a concepirlo, l'unico abbraccio che mi viene in mente è un abbraccio convenzionale, "finto", appunto, quello mi sembra normale e invece so che non è normale

Se vuoi puoi raccontare qui ciò che provi e che vuoi condividere della tua storia, puoi avere il nostro ascolto. Ma hai dentro un dolore grande, noi non siamo professionisti e siamo oltre uno schermo. So che è meglio di niente, so quanto a me ha fatto bene, ma so anche quanto sono necessarie le persone che si hanno intorno, quelle che si possono vedere e che possono sentire il suono della nostra voce. Lo so che senza lavoro è difficile pensare di rivolgersi a qualcuno che ti accompagni in questo percorso. Non so come sono i servizi a tua disposizione dove vivi, né che professionisti ci lavorano. Ti sei informato? I tuoi genitori potrebbero aiutarti? Potrebbero accettare che tu abbia bisogno di un po' di aiuto per trovare un nuovo equilibrio? Per te sarebbe umiliante? Spero le mie domande non ti siano moleste. Sono molto amareggiata di saperti così solo.


Grazie per la comprensione innanzitutto. Si, ne ho parlato anche con loro. Lo trovano giusto e mia madre ha proposto anche di pagarmelo. Mio padre non mi ha detto nulla. Io mi sono informato un po' e avrei anche trovato uno psicoterapeuta che potrei chiamare ma i miei dubbi e la mia situazione di stallo mi fanno tentennare per alcuni motivi. Si, lo so è assurdo, mi sembra veramente assurdo che non riesco a chiedere che chi ha causato i danni alla mia mente non paghi, ma non riesco a farlo e non capisco il motivo. Dentro di me il rancore che porto e che porta molti bambini a voler "fare da soli" è presente. E' assurdo come ci sia una parte di me che dice: "non ti hanno mai dato quello di cui avevi bisogno. Dovevi sempre chiedere e faticare per avere nulla in cambio. E' comodo pagare e basta. Così credono di aver sistemato tutto". Principalmente è questo rancore che mi impedisce di chiedere e di fatti non credo che dovrei chiedere, ma pretendere ma mi sento debole a farlo. Credo siano i sensi di colpa di agire contro chi ti ha "dato la vita" e via discorrendo. In effetti la psicoterapeuta che ho scelto appartiene ad un filone che sostiene la correttezza del fatto che il figlio deve pretendere che i genitori paghino per i danni causatigli e lo trovo anche giusto, solo che questa specie di rigetto e rifiuto verso chi non mi ha aiutato quando avevo bisogno ed era l'unico che poteva farlo mi impedisce di fare questo passo. La cosa assurda è che io potrei pagarmelo anche lo psicoterapeuta visto che ho dei soldi da parte ma non lo ritengo giusto, innanzitutto perché mi servono per la mia vita e poi perché non è giusto il principio. Non voglio però nemmeno fare un casino, vorrei prendere una decisione onesta e che voglio davvero e non fare una guerra. Non lo so ho due parti di me in conflitto. In qualche modo credo che li sto salvando ancora una volta ma non riesco a sciogliere questa cosa
Inoltre mi manca un po' di coraggio nell'andare dallo psicoterapeuta. Non so se è la paura dello stigma sociale o chissà cos'altro, sento vergogna, ma questa sarei anche disposto ad affrontarla se si sistemassero delle cose. Poi sai cosa mi capita? Adesso tipo sto parlando con te e tu mi stai dicendo queste cose ma appena mi sento dire le stesse cose che penso io la mia mente fa una retromarcia e dice "tutto sommato non ne ho bisogno, va tutto bene, sto esagerando io, non mi hanno fatto poi così tanto male..." non so perché mi capita, succede sempre ogni volta che cerco di prendere una strada che reputo salutare
Puoi continuare a "molestarmi", non ti preoccupare :)
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » domenica 23 ottobre 2016, 21:24

Mirco ha scritto:Chi mai potrebbe amare in questo modo?


Una persona forse c'è: sei tu. Dovevano farlo i tuoi genitori e non hai sentito che ci riuscissero. Adesso lo speri da una donna che potresti incontrare. E magari questa donna è già sulla strada che porta a te. Ma se non sei tu ad amarti con rispetto e tenerezza, Mirco, il rischio è che l'amore di un'altra non ti basti. Perché tra adulti che si scelgono l'amore incondizionato non succede ed è normale e giusto che sia così. Ci si ama, ci si capisce in qualche modo, ci si incontra, ma anche ci si scontra, ci si infastidisce, ci si allontana per poi riavvicinarsi. E, se l'amore per te, la comprensione di te non li coltivi tu stesso, in quei momenti che ne è di te? La fiducia allora vacilla insieme alla speranza, piuttosto che reggere l'incertezza del sentirti amato che puoi fare?

Anche per questo io penso che sia bene che tu lasci che qualcuno finalmente ti veda in tutto il tuo dolore, qualcuno che tu veda mentre ti vede. E va benissimo che i tuoi genitori ti aiutino. Non è il debito che tu senti che hanno nei tuoi confronti che li terrà legati a te e ti frutterà un risarcimento d'amore. Non funzionano certe contabilità. Temi di dover loro qualcosa? di dargli delle ragioni perché si aspettino la tua gratitudine? hai paura che si sgravino troppo facilmente la coscienza? senti benefico per te il loro rimorso? è possibile un rimorso che ti risarcisca del vuoto di contatto che hai avuto, dell'incomprensione e della violenza subita? Io credo che nessun rimorso che possa essere lavato via con un esborso di denaro potrebbe davvero giovarti. Il rimorso di cui ha bisogno il tuo cuore è del tipo che non si sana neppure con un vitalizio: è il dolore di chi vede di aver sciupato un bene prezioso, il suo bene più prezioso. Perché questo un figlio dovrebbe essere per un genitore. E capisci bene che non esiste cifra che possa rimediare. Forse potrebbero degli abbracci che tua mamma non sa dare e tu senti di non poter ricevere.

Non puoi che essere tu a scegliere. Ma pensaci davvero a farti aiutare dai tuoi, a trovare in loro una qualche utilità. Io lo trovo un'opportunità. Potrebbe anche non esserci, ma c'è. Se anche fosse che preferisci avere l'orgoglio di investire i tuoi risparmi, valuta che potrebbe essere un regalo che ti fai e con cui ti riconosci del valore. Intraprendere una psicoterapia non è qualcosa di vergognoso, è darsi cura, dirsi che quello che si prova è importante, che la propria sofferenza merita attenzione uno spazio per essere accolta.
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » lunedì 24 ottobre 2016, 14:59

Allora, innanzitutto grazie perché parlando con te sto chiarendo alcune cose. In effetti credo di avere capito che è il mio rancore nei loro confronti, soprattutto verso il fatto che non capiscono quello che hanno fatto di grave e che continuano a trattarmi allo stesso modo a mantenermi in uno stato autodistruttivo. Devo essere io a mantenermi in questo stato di avversione, mantenendo viva la recriminazione. Si, dentro di me sento che è come se si lavassero facilmente la coscienza e non si sentissero responsabili. Mi sento come se volessero liquidare tutto troppo facilmente come se non fosse successo niente, è proprio questo che non mi dà pace. Credo di essere un illuso e so che non sarò mai risarcito di tutto il dolore che ho provato. Le tue sono parole molto sagge. Sto cominciando a smettere ad avere certi comportamenti che avevo mantenuto per rendere conto a loro della verità che non vogliono ammettere. E' il mio corpo che mi dice di smetterla e ieri sono stato senza recriminare e sono stato benissimo, mi sono accettato per quello che sono e un po' di tempo fa ho incontrato una ragazza con cui posso parlare apertamente senza temere di essere disprezzato, giudicato, criticato, eccetera. Sento che questa specie di "psicoterapia" può funzionare semplicemente parlando con lei e stabilendo un rapporto profondo, anche se so che lei non potrà mai essere mia madre. Mi hai chiarito molte cose che avevo bisogno di confermare. Sono disilluso ma mi sento in pace con me stesso e anche la paura di morire oggi sembra un po' meno forte. Credo che sia stato proprio il pretendere quel risarcimento a mantenere vivo il mio odio. Ieri ho smesso di segnare su un foglio (come facevo) le cose che secondo me mi avevano fatto, mi sono lasciato andare e all'improvviso è sparito tutto il dolore che avevo dentro. Mi sono sentito più leggero e in pace con me stesso. Ti farò sapere come va fra un po' di tempo, voglio vedere come evolve la cosa

Grazie per la comprensione, evidentemente ho un forte bisogno di recuperare un rapporto di fiducia con una donna e smettere di pretendere un risarcimento che non potrò mai avere
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » lunedì 24 ottobre 2016, 16:09

Aspetto di rileggerti, Mirco, e faccio il tifo per te
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » martedì 25 ottobre 2016, 17:14

Che sei stata illuminante è dire veramente poco. E' proprio il caso di dire che era tutto "davanti ai miei occhi". Per tanto tempo non ho mai capito perché mi innamoravo sempre di donne con gli occhi grandi, mi stregavano proprio, specie quelle che mi guardavano con occhi tristi e bisognose di me. Un po' di tempo fa ho fatto un corso di pittura e disegno e disegnavo e pitturavo solo volti di donne ma il particolare che volevo veramente disegnare erano gli occhi, il loro colore, la loro profondità. L'occhio per me è stato sempre un simbolo molto attraente perché lo ritenevo l'unico mezzo per arrivare alla mia anima. In realtà io volevo proprio un occhio che mi vedesse nell'anima. Mi sono sempre sentito come se per gli altri la mia esistenza non fosse neanche considerata, che fosse ignorata e che nessuno si sarebbe mai accorto di me, soprattutto una donna, che nessuno mi avrebbe notato, visto. Cado praticamente nella mani delle donne che mi notano, che mi fanno credere di essersi accorte di me tra tutti gli altri e che mi guardano negli occhi. L'unico occhio che ho sperimentato da piccolo era quello del grande fratello di Orwell ma sempre di un occhio si trattava, forse l'unico occhio che avevo a disposizione. Ora credo di essere stato ignorato così tanto da aver sviluppato la credenza che la mia esistenza non fa alcuna differenza e che anche se non vivo è lo stesso, tanto non si nota. Ho capito solo ora il significato di tanta fantasie orribili che avevo tipo io che cadevo in un pozzo e nessuno sapeva che ero caduto lì dentro e io morivo senza che nessuno se ne accorgesse o finivo dentro qualche posto orribile da cui non sarei mai più riuscito a uscire e i miei genitori, non trovandomi più, mi avrebbero dimenticato e io sarei morto da solo (non mi vedranno più, si scorderanno di me e mi lasceranno qui a morire senza nessuno). Fino ad ora avevo paura delle cose che potevano avvenire per sbaglio, senza che io me ne potessi accorgere. Adesso forse capisco anche il disprezzo dei miei genitori per la sbadatezza, il fare le cose senza guardare, la disattenzione, la noncuranza. Certe volte mi lascio andare nella speranza che qualcuno si accorga di me ("sto morendo e non importa a nessuno), che mi ascolti, che mi comprenda e che mi dia attenzioni, che insomma mi faccia sentire che esisto. Credo di riuscire a comprendere ora il motivo per cui a volte mi sento come se non mi accorgessi di quello che mi succede intorno, come se non mi riguardasse o comunque come se non facesse parte della mia cognizione. Ho confermato (come mi hai suggerito tu) anche che il motivo per cui leggevo tanti libri e mi segnavo tutte le cose era per far accorgere i miei genitori di quello che facevano. Forse era un modo come un altro per aiutarli a vedermi. Ho notato che adesso che ho smesso di leggere e di segnarmi le cose che vedevo sono spariti un sacco di sintomi. Non accettavo la cecità e l'avevo sostituita con l'intenzione cattiva di farmi del male. Chiunque tu sia ti voglio bene
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » lunedì 31 ottobre 2016, 10:48

Caro Mirco,

grazie per il tuo affetto! Sono felice se senti che abbiamo fatto un pezzettino di strada insieme. E aspetto di leggerti ancora :friends:

:abbraccione
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » mercoledì 2 novembre 2016, 14:32

Sono in una fase di stallo della mia vita che non mi dà pace perché sento che non vado avanti, sento che è tutto fermo e sto sprecando tempo prezioso. E' come se fossi in conflitto con me stesso e ci fosse qualcosa che mi ostacola. Non riesco a distinguere tra la mia volontà e quello che voglio fare soltanto per soddisfare un bisogno infantile. Ho come la sensazione che le cose che voglio fare mi fossero impedite e che la felicità per me non sia possibile, come se non potessi raggiungerla. A volte mi vedo a casa coi miei per sempre, senza possibilità di andarmene e questo mi fa pena, vergogna, mi genera invidia e un senso di impotenza che mi fa fare le cose più strane come cercare ossessivamente un lavoro pur di andarmene (anche se in realtà io vorrei cercare un lavoro in cui realizzarmi ed essere felice) oppure cercare di portare a termine qualcosa dicendo a me stesso ("...quando l'avrò finito allora sarò libero di fare quello che voglio") oppure ancora mettermi a mangiare per riempire un vuoto che sento dentro di me. Delle volte ho paura di essere cacciato di casa perché "improduttivo" e mi sento come inutile. Delle volte forrei fare qualcosa solo per non sentirmi inutile e non perché mi fa piacere fare qualcosa. Purtroppo noto che tendo a cercare un lavoro che non mi faccia pensare a molte cose, non cerco un lavoro che valuti le mie potenzialità e credo che questo sia dovuto al modo in cui sono stato cresciuto.Sento che il clima in casa mia è pessimo e mi butta giù e mi scoraggia, è pieno di sfiducia verso gli altri ma lo negano sempre. Per loro sono gli altri a dover dimostrare la loro fiducia, non credono che uno debba anche saper riconoscere le persone di cui fidarsi. C'è qualcosa dentro di me che mi impedisce di prendere in mano la mia vita, che continua a mettermi davanti un muro ogni volta che provo ad andarmene. C'è come una forza che mi tira sempre verso il basso e mi fa rinunciare a tutto quello che ho in mente e io non capisco se forse mi sto imponendo delle volontà che non mi appartengono o cosa. A volte penso che sono proprio loro a non volere che io me ne vada perché hanno bisogno di servirsi di me per avere un bidone in cui gettare le loro ombre.

Forse è un discorso confuso ma il fatto è che non riesco a capire cosa mi piacerebbe veramente fare nella vita, non ho orientamento, se trovo una cosa che mi piace di solito non c'è lavoro e sono costretto a desistere per ragioni materiali, oppure mi vergogno oppure anche se è possibile trovo qualsiasi motivo per non farla, insomma mi sento bloccato da ogni cosa. Mi sento sfiduciato, non credo in me stesso, non sento motivazioni e non trovo il modo per sbloccarmi da questa situazione. Vorrei tornare a quando ero bambino quando se mi andava di fare una cosa la facevo perché dentro di me sapevo che mi faceva stare bene farla e non ci ragionavo più di tanto, anche se ricordo che da bambino venivo sempre spinto e tirato a fare cose che non mi andavano di fare e anche adesso cercano di impormi le loro scelte di vita come se sapessero cosa è meglio per me. Non so cosa fare, ho parlato con loro ma con la scusa che mi vedono "triste" continuano a comportarsi in questo modo idiota. In questo momento li sto ignorando ma a volte ho come la sensazione che non riuscirò mai a riprendermi completamente la mia vita, anche se ho fatto molti passi in avanti in questa direzione. Ho come la sensazione che il mio ordine mentale dipenda da un forte controllo dell'ambiente circostante che è come se volesse farmi impazzire. Tra le aggressioni (velate o meno) di mia madre e quelle di mio padre e il conseguente clima in casa, è come se mi sentissi di dovere continuamente controllare le loro mosse e stare in allerta perenne per evitare continui scontri e litigi a cui poi viene data la colpa a me. Non mi vergogno più di dire che da piccolo speravo che morissero e che se li portasse via la morte. So che ogni volta che ci sono loro nei dintorni in poco tempo nella mia testa si produce il caos e il nervosismo dal momento che il loro modo di relazionarsi è solo un sistema per imporsi, a meno che io non respinga continuamente tutti i loro tentativi. Ho sempre la sensazione che chiedano a me tutto quello di cui hanno bisogno, ma proprio tutto come dei bambini, vale a dire rassicurazioni, certezze, eccetera per poi sbattermi via come un essere inutile

Una descrizione del mio conflitto potrebbe essere questa: se sto in allerta e mi barrico in me stesso riesco ad avere la situazione sotto controllo ma vivo male perché non riesco ad essere mai sereno per prendere le mie decisioni dal momento che devo contingentare i sentimenti. Se al contrario cerco di aprirmi immediatamente loro entrano e fanno danni e in poco tempo mi ritrovo senza più difese e con la sensazione di incapacità e di blocco, oltre che di essere stato manipolato e rincretinito. Cercano di pilotare la mia vita, di decidere al posto mio, ecc. nonostante le mie continue proteste ed io sto male perché non mi sono difeso da loro e sono stato uno stupido ad essermi fidato e ad averli ascoltati

Sono veramente sfinito dal dovermi relazionare con queste persone, voglio andarmene ma non so perché non lo faccio, voglio cambiare vita, voglio la mia vita ma non basta che io mi dica razionalmente cosa fare, non ho la forza di volontà né il coraggio. Formano intorno a me una cappa di fumo e confusione, li odio perché invece di risolvere i loro problemi preferiscono creare nervosismo nelle persone attorno a loro e lotte e litigi

Sono sempre più convinto del fatto che io non riesco a fare nulla per migliorare la mia situazione mentre sto in questa casa perché questo significherebbe deviare la mia attenzione su di me e alzare le barricate che mi difendono. E' assurdo pensarlo ma lo ritengo molto probabile, come se non riuscissi a dedicarmi a ciò che voglio per paura di essere aggredito. Ogni volta che non li tengo d'occhio cominciano ad entrare nella mia vita e a farmi stare male. Sono loro la causa del mio malessere e della mia aggressività e perdita della pazienza. Non so se sono io a non voler perdere il controllo a mantenere intatto tutto questo delirio ma so che in loro presenza sono sempre agitato e ansioso mentre quando sono solo sto in pace. Sempre.
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » giovedì 3 novembre 2016, 15:23

Mirco hai veramente tanto dolore dentro e intorno a te! Ci dici di buoni e utili propositi che poi non riesci a portare avanti. Eppure hai proprio bisogno io credo di fare qualcosa per uscire da questa situazione di stallo. Ripensa all'idea di cercare qualcuno che ti aiuti a fare un po' di ordine dentro di te. E' una buona occasione per rendere la tua vita come desideri e ti piacerebbe
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » venerdì 4 novembre 2016, 19:04

Mirco ha scritto:Una descrizione del mio conflitto potrebbe essere questa: se sto in allerta e mi barrico in me stesso riesco ad avere la situazione sotto controllo ma vivo male perché non riesco ad essere mai sereno per prendere le mie decisioni dal momento che devo contingentare i sentimenti. Se al contrario cerco di aprirmi immediatamente loro entrano e fanno danni e in poco tempo mi ritrovo senza più difese e con la sensazione di incapacità e di blocco, oltre che di essere stato manipolato e rincretinito. Cercano di pilotare la mia vita, di decidere al posto mio, ecc. nonostante le mie continue proteste ed io sto male perché non mi sono difeso da loro e sono stato uno stupido ad essermi fidato e ad averli ascoltati


L'impressione che tu abbia bisogno di essere ascoltato nel tuo dolore più intimo mi si conferma a ogni tuo messaggio, Mirco. Ma non credo che siano i tuoi genitori in questo momento le persone adatte ad ascoltarti. Anche se sono loro che tu desideri. Penso che hai ben descritto questa sorta di pendolo che ti trovi a fare nel cercare di garantirti di dominare le tue tensioni e le tue sofferenze interiori e di ottenere quello sguardo che ti farebbe sentire amato e importante per i tuoi.

Hai più pensato alla ricerca di un terapeuta e alle questioni di cui abbiamo discusso qui sopra?
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Mirco » mercoledì 9 novembre 2016, 18:29

Ciao Effi, scusa se rispondo in ritardo ma sono stati dei giorni parecchio tristi e odiosi. Più prove faccio e più mi rendo conto che più sto per conto mio più sto bene. Le cose sembrano andarmi meglio quando li ignoro del tutto e questo è veramente assurdo. La cosa che più non sopporto è il loro comportamento: mi irrita sentire che mi danno delle soluzioni vedendo che non sto bene (senza peraltro sapere cosa è meglio per me), mi prende una rabbia perché mi viene da rispondere "potevi pensarci prima di farmi del male!", oppure vedo che cercano di parlare in maniera finta, che si sente che non gliene frega niente di come mi sento e che vogliono solo non sembrare cattivi genitori. Mi viene la collera perché loro non danno nulla di sé e chiedono a noi figli con la manipolazione le cose di cui hanno bisogno, solo perché fanno quelli che "si sono fatti da soli", che "non devono chiedere", ecc. Io gliene ho parlato un casino di volte ma a loro non frega assolutamente nulla del rapporto, non leggono, non si informano, fanno solo finta e io mi sono stufato di tentare un rapporto a senso unico con chi vuole solo usare il potere sugli altri. Non si possono usare i figli come enciclopedie, come oracoli, come giornalisti per colmare le proprie insicurezze, senza fare la fatica di comprendere sé stessi, non è giusto. Poi un'altra cosa che non sopporto è sentire che io gli faccio pena (come se loro fossero sani e stessero bene e facessero la vita che hanno sempre sognato, che è una fesserie gigantesca), di essere fatto sentire un parassita perché non trovo lavoro e soprattutto quando mi danno (ora non lo fanno più da un po') la colpa dei problemi che ho per fingere che TUTTO VA BENE IN FAMIGLIA, NON C'E' NULLA DI CUI PREOCCUPARSI, NULLA DI STRANO, NESSUN PROBLEMA.. Questa è la situazione che mi trovo ad affrontare.Io sarei anche disposto ad andare da un terapeuta e il tuo ragionamento sull'investire della mia salute meriterebbe un bacio perché si vede che l'amore è una cosa che non so neanche com'è fatta, ma c'è qualcosa che me lo impedisce. Credo di avere dentro una sorta di rifiuto di stare bene che mi azzoppa ogni volta che cerco di alzarmi. E' quasi come se dicessi a me stesso di ammalarmi, di non cercare di essere felice, di rassegnarmi alla fatalità, al mio destino, ecc. Ovviamente non è quello che voglio fare perciò questo conflitto devo ancora risolverlo. I miei genitori non sono assolutamente adatti, non soltanto ad ascoltarmi, ma ad avere figli. Non sanno nemmeno cosa significa, non se lo sono mai chiesti e dal mio punto di vista queste loro incompetenze sono gravi e io ho dovuto pagarne il prezzo. Userò gran parte dei giorni che mi restano per cercare di fare luce sul buio che loro hanno fatto calare dentro di me, non posso fare altrimenti se voglio recuperare la salute. Ti dico, la cosa più odiosa è il fatto che per loro sembra come se non accadesse nulla. L'altro giorno ho detto a mia madre perché mio padre si nasconde dietro di lei, la manda avanti senza farsi accorgere e non mi dice in faccia le cose, lei ha negato tutto. Che razza di comportamento è? Infatti mi sono venuti i dubbi che il manipolatore oscuro che ho scritto nell'altro post possa essere in realtà mio padre, con cui ho evidentemente un conflitto latente per "colpa" sua. Ci faceva anche il mio ex datore di lavoro, credo mi odiasse. Mandava i miei colleghi a dirmi le cose, sembrava che aveva paura di me. Ho pensavo che cercasse di sottrarsi al rapporto per qualche motivo ma non sono mai riuscito a capire a capire, avevo la sensazione di tensione che ho interpretato come un senso di ostilità. Con mio padre i rapporti non esistono, non so in realtà chi è, fa sempre l'uomo buono, calmo, mite, ragiona e basta ma sembra privo di sentimenti, ha sempre difeso mia madre e non me, nemmeno quando lei mi terrorizzava e a casa non c'è mai stato e quando c'era era come se non ci fosse. Ho un non-rapporto con lui (non che con mia madre la cosa sia migliore ma almeno di lei la parte "cattiva" la vedo), sta sempre a lavorare, dice che gli piace il lavoro ma io non ci credo più, quando torna a casa si mette davanti al computer e scende solo per mangiare, a tavola si sforza sempre di parlare, è sempre arrabbiato ed emana una sensazione ostile, tanto che tendo sempre a girarmi dalla parte opposta perché sento paura, si vede che parla controvoglia. Io posso avere tutta la comprensione del mondo ma mi sono veramente stancato di parlare con chi non ascolta. Sto ancora decidendo il da farsi, anche perché sto attendendo un paio di risposte adue mie candidature di lavoro. In base a queste vorrei decidere, dal momento che mi darebbe più forza sapere di avere uno stipendio con cui pagare la terapia. Non è un momento molto felice e ho la sensazione che durerà a lungo, visto il contesto generale
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda ventosa389 » mercoledì 23 gennaio 2019, 2:15

Secondo me il bisogno di sfogarsi sugli altri può dipendere anche da semplice violenza psicologica( gli episodi che racconti ci rientrano perfettamente), mi sembra che tu vivessi in una paura costante dei tuoi genitori e che manifestassi una sorta di ansia nei loro confronti. Queste cose fanno parte della violenza psicologica che è incisiva quanto quella fisica ma molto meno riconosciuta.

Da piccola mi è capitato un episodio simile a quello di te con tuo fratello; è successo che la mia maestra delle elementari mi ha umiliato e si è messa ad ulrlare perché non mi era riuscita un espressione. Ricordo che dopo quell'episodio mi sono chiusa in me stessa e trattenevo a stento le lacrime. Tornata a casa ho visto che il nostro cucciolo aveva masticato le sedie, l'ho presa per la collottola e ho preso a darle schiaffi sul muso. A posteriori ho capito che non lo facevo per punirla ma per sfogare quel grumo di emozioni negative che mi si era creata dentro durante l'umiliazione inflittami dall'insegnante, gli ho dato moltissimi schiaffi e non ne vado fiera ma quando ho finito mi sentivo libera da un peso.Me ne vergogno. Ma ero una bambina asperger che era stata mortificata e prevaricata da una maestra ingiusta e a qull'età non sempre si riescono a gestire le emozioni negative tramite i canali tradizionali.

Nel tuo caso poi sembra si tartti di un abuso prolungato nel tempo e per questo gli effetti sono più devastanti. Potresti provare a chiedere una consulenza psicologica gratuita al consultorio, giusto per orientarti e capire se la terapia fa per te.

Per esperienza posso dirti che l'autoconsapevolezza aiuta molto perchè quando si presenta una reazione troppo forte a qualcosa di piccolo e insignificante ( per gli altri) puoi riconoscere che quello sta accadendo per il trauma subito e fare delle cose per distrarti e riprendere il controllo.

Non voglio essere pessimista ma penso che si possa imparare a convivere con i trami attuando delle strategie per fare in modo che le ferite passate non condizionino in maniera eccessiva il presente. Penso però che i traumi non si superino mai del tutto, restano lì, come compagni di viaggio che si impara ad accettare come parte di se'.

Per imparare a convivere pacificamente col trauma secondo me non ci sono ricette universali: ognuno ha il suo percorso e le sue soluzioni.

La penso così.
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Re: Il ricordo di uno schiaffo

Messaggioda Effi B. » lunedì 28 gennaio 2019, 8:14

Come state Mirco e ventosa? Vi va di raccontarci i vostri aggiornamenti?

La vita e altri canali di comunicazione ci hanno portati altrove nel tempo, ma questo posto resta qui ad aspettarci. Il nostro Vito rinnova il dominio ogni anno e noi stessi che l'abbiamo pensato lo portiamo nel cuore e ci torniamo con emozione.

Un abbraccio
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